intervista

Tremonti: «Non si fanno le coperture con la lotta all’evasione»

di Gianni Trovati

4' di lettura

Per ripararsi dalla pioggia di numeri e “idee” che alluviona il dibattito politico può essere utile riprende una delle favole fiscali di Voltaire. Il suggerimento arriva da Giulio Tremonti: «Il sovrano ha disperata necessità di nuove entrate e per questo convoca il governo e chiede nuove idee. Il capo del governo promette di impegnarsi e torna con la soluzione: introduciamo una tassa sull’intelligenza, funzionerà perché nessuno ammetterà di esserne privo».

«Il sovrano lo ringrazia e gli dice: tu sei esente. Come si vede, la tendenza all’invenzione fiscale è secolare. E non sempre destinata al successo».

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Nell’Italia di oggi, però, il capo del governo è alle prese con una manovra complicata, e anche per questo ha detto di volere un cambio di rotta nella lotta all’evasione per recuperare «svariati miliardi». È una via possibile?
Mi ha colpito una frase pronunciata a New York: il primo ministro dice di aver fatto una lunga riflessione e di essere arrivato alla conclusione che bisogna cambiare il «costume degli italiani». Ci è capitato di sentire qualcosa di simile, qualche anno fa, da Mario Monti, quando manifestò l’intenzione di cambiare non l’Italia ma «gli italiani». Un altro prima ancora ci aveva provato ma poi aveva rinunciato:  Mussolini. È la via sbagliata. Detto questo, c’è un lato positivo nel dibattito di questi giorni: sta emergendo la consapevolezza in ordine al fatto che il sistema fiscale deve essere riformato. Forse anche per questo si deve sapere che le riforme fiscali occupano sempre archi di tempo lunghi, e sono collegate a fasi di notevole, a volte rivoluzionario, rilievo politico.

Come occorre agire, allora?
Le riforme fiscali si sviluppano su lunghi archi di tempo. L’imposta personale progressiva fu inventata nel 1848 ma applicata dal 1942. Nel 1994 con il governo Berlusconi fu scritto un «Libro Bianco» per la riforma fiscale, tra l’altro allegato anche al Sole 24 Ore. La riforma si basava su tre principi: dalle persone alle cose, perché nell’epoca del consumismo non aveva senso applicare le imposte dell’idealismo, dal centro alla periferia, alla ricerca del federalismo, dal complesso al semplice, con l’idea di un Codice contenente i principi generali della tassazione. Dalla California Carlo Cipolla mi scrisse una bellissima lettera, chiusa dicendo che quegli straordinari principi non avrebbero trovato applicazione. Quello che oggi cerco di dire è che pur a tanta distanza di tempo è ancora più giusto pensare a una riforma fiscale.

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Conte ha rispolverato l’antico slogan del «pagare meno, pagare tutti», e il governo sta concentrando l’attenzione sul contrasto all’uso del contante. Non può essere un punto di partenza?
Credo che ci sia alla base un errore politico. Gli sconti fiscali, il cash back donato a chi paga con carta di credito favorisce i ricchi. La riparazione dello stesso lavandino, come ho già spiegato, costa meno a chi può dedurre la spesa, e costa relativamente di più a chi non può farlo. Gli esempi possono essere ripetuti all’infinito. Alla base c’è un’idea della fiscalità congegnata in termini di polizia, applicata a un popolo di dichiaranti e delatori, e basata sull’idea che la tassa sia una forma di espiazione penitenziale o premiale. Lasciamo perdere poi le idee di tassare bibite gasate o merendine: suggerirei allora di tassare almeno la cannabis legale! Scherzi a parte, non sono solo ipotesi abbastanza ridicole, ma anche ipotesi di imposte suicide perché se funzionanti, e quindi in grado di cambiare i comportamenti, non porterebbero gettito.

Resta però il fatto che secondo le stime l’evasione fiscale in Italia vale 109 miliardi all’anno. Non è naturale che un governo a caccia di risorse guardi lì per far tornare i conti di una manovra?
Le statistiche millimetriche sull’evasione - perché 109 e non 108 o 111? - mi ricordano gli studi sull’estensione dei peccati mortali condotti al tempo della controriforma. Circolano numeri magici, casuali, e il solo fatto di crederci è indice di scarsa capacità di governo. Premesso questo, bisogna del resto considerare che l’Italia ha già una pressione fiscale elevatissima: se l’evasione fiscale è alta ed è recuperata, cresce in corrispondenza anche la pressione fiscale. Ma solo fino al punto di rottura del sistema.

Quindi la lotta all’evasione va archiviata?
Certo che no, ma non può essere pensata come mezzo di copertura, anche perché le coperture da evasione si fanno solo con la cassa. Prima incassi, e poi calcoli quanto è arrivato. Le “copertura” della spesa pubblica fatta con le entrate previste da lotta all’evasione erano lo strumento tipico della cosiddetta Prima Repubblica. Ne ricordiamo deficit e debito. La strada è un’altra.

Anche oggi c’è però un’emergenza, ed è quella di chiudere una manovra schiacciata dagli aumenti Iva da fermare. Se non si può cifrare la lotta all’evasione e aumentare il deficit, ed è inverosimile ipotizzare maxi-tagli di spesa, che cosa può fare Gualtieri?
Non è elegante che un ex ministro formuli giudizi o suggerimenti ai successori. Ma la mia impressione è che il ministro sia persona estremamente seria e competente.

La soluzione allora può essere ancora una volta quella della “flessibilità” europea?
La cosiddetta flessibilità europea è un equivoco:  non ci danno soldi ma debito. Per mio conto ho sempre cercato di rispettare le regole Ue, ma le ho anche discusse. Per esempio nel 2003 ottenendo la formula «close to balance» al posto del richiesto «balance», cioè il saldo zero. Oggi la Commissione non può dare l’idea di applicare le regole in modo erratico a seconda del colore dei governi. Non può chiedere a luglio un deficit all’1,6% e poi concedere a ottobre per esempio un 2,2%: già a luglio la congiuntura era negativa e l’austherity non era più di moda. I giudizi non possono essere stagionali.

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