TERRE SELVAGGE

In Alaska per trent’anni di solitudine

Richard Proenneke racconta la sua odissea bianca in Alaska: si è immerso nella natura più remota in compagnia di renne, montoni e caribù

di Maria Luisa Colledani

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Richard Proenneke racconta la sua odissea bianca in Alaska: si è immerso nella natura più remota in compagnia di renne, montoni e caribù


4' di lettura

Spazi idilliaci per un’odissea del cuore, senza miglia di mare né di terra. Un’odissea bianca nella natura più remota. Richard “Dick” Proenneke viene dall’Iowa, ha 52 anni e sceglie di andare a vivere da solo in Alaska. È il 1968 e per trent’anni sarà immerso nel bianco infinito. Ha alle spalle esperienze da carpentiere nella Marina a stelle e strisce durante la Seconda guerra mondiale, sei, dolorosi mesi di letto causati dalla febbre reumatica, anni da pastore nell’Oregon e un tentativo di avviare un allevamento di bestiame in Alaska, sull’isola di Shuyak. Quel sogno evaporato gli lascia il desiderio di orizzonti incontaminati: fa il riparatore di macchine nella base navale militare di Kodiak, commercia salmoni e passa qualche tempo nella baita di Spike, un capitano della Marina in pensione sui Twin Lakes, in Alaska. Anche Dick vuole un suo centro di gravità permanente lontano da tutto e si fa lasciare dall’idrovolante di Babe ai Twin Lakes, a 280 chilometri da Anchorage, la civiltà: «Credo che trovarmi qui sia un modo per mettermi alla prova; non che non lo abbia mai fatto prima, ma stavolta sarebbe stato un test più accurato e durevole».

Ai confini del mondo

Nel maggio 1968 inizia un’avventura di 16 mesi ai confini del tempo e dello spazio che Proenneke documenta giorno per giorno, con parole, foto e video e che si può leggere in Da solo nelle terre selvagge e che si può ammirare nel documentario Alone in the Wilderness. E dopo quei 16 mesi, altri 30 anni. La baita di Spike è un avamposto, il primo rifugio di Dick. L’equipaggiamento è di 68 chili: fucile, reflex, attrezzatura da falegname e da pesca, le prime riserve di cibo e un vasetto di lievito madre: «È stato bello tornare nella natura selvaggia dove tutto sembra scorrere in pace. Ero da solo. Una bella sensazione, stimolante. Libero una volta in più di pianificare e fare ciò che più mi andava. Intorno a me era tutto oltre l’ignoto. Il sogno non era più un sogno».

Una baita persa nel nulla

Sceglie la platea di fondazione della sua baita in un’ansa del lago, con una spiaggetta per la canoa. La cruda realtà è il lavoro quotidiano, la fatica, il sudore, i salmerini appena pescati per cena o un mazzo di epilobio, il diario e le lettere da scrivere perché Babe con il suo idrovolante passa ogni due mesi. Intanto, la baita, 3,5 metri per 4,5, cresce tronco dopo tronco, prima le pareti laterali, poi i frontoni e il tetto con la carta catramata e il muschio come isolante. Dick ascolta il grido acuto del vento, il fiume che tintinna. Osserva la ghiandaia che lo guarda lavorare, segue le orme di orsi e lupi, assapora l’odore pungente degli abeti, raccoglie le stelle. La sua vita è un’arca di Noè: montoni di Bighorn, caribù solitari, pernici, linci, renne, volpi e poi mosche e zanzare. All’aprirsi della stagione, accanto alla baita, anche un piccolo orto con rabarbaro, patate, cipolle e barbabietole: «Il mio orto è una tartaruga con la testa nascosta nel guscio, ha bisogno solo di sole per reagire».

Dick ha i tratti di Robinson Crusoe: è architetto, falegname, carpentiere, ingegnere, chimico, cacciatore, pescatore, orticoltore, inventore, giornalista. È felice perché «se si impara ad avere meno aspettative, si hanno meno delusioni» e perché «è una bella sensazione quella di poter rimanere seduto a riflettere, e provare un intimo senso di orgoglio per qualcosa che ho creato con le mie mani. In tutta la mia vita, non credo mai di aver realizzato nulla di così soddisfacente».

Alaska: l'odissea bianca di Richard Proenneke

Alaska: l'odissea bianca di Richard Proenneke

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Foto e video da sogno

Le pagine del libro, arricchite dalle immagini splendide di Dick, sono sensi purissimi e insegnano a osservare: «Una parte della vita bisognerebbe passarla scalando un pioppeto fra il tremolio dorato delle foglie». La meraviglia è, prima di tutto, nel fermarsi e farsi sommergere dal silenzio, dalla calma lunare sul lago, dalle cortine di nuvole, da acquazzoni biblici: «I soldi non sono molto d’aiuto quassù, non potrebbero comprare la sensazione di forza che mi ha attraversato braccia e spalle. Non potrebbero comprare il senso di realizzazione. Sono stato la guida di me stesso, e la mia stessa forza mi è servita da motore. Questa terra immensa è il mio giardino, e posso permettermi il prezzo che chiede in cambio».

Dick, che nel 1998 ha donato la baita al Lake Clark National Park and Preserve, caccia, pesca, recupera le carcasse degli animali e le mette nel frigo scavato nel permafrost. Costruisce i mobili, un gabinetto e un deposito esterni. Ha tutti i sensi all’erta, acuti come quelli di un cieco. Poi, arrivano il freddo polare, la luce bassa, le aurore boreali meravigliose e memorabili.

Vivere di essenzialità

Giorni lunghi ma Dick è sempre all’opera e riflette: «Trovo che sia ora di iniziare a tirare i freni, calmare l’ingordigia e rallentare il mondo. Ho scoperto che è da alcune delle cose più scontate che ho tratto i piaceri più grandi. E non mi sono nemmeno costate granché; semplicemente, facevano presa sui miei sensi». E, se non ci credete, provate anche solo ad assaporare i mirtilli gonfi di libertà dopo un temporale estivo.

Da solo nelle terre selvagge, Richard Proenneke, Sam Keith, Piano B edizioni, Prato, pagg. 288, € 20

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