analisiI DIARI DEL SINDACALISTA

Trentin e la bussola del cambiamento

di Giuseppe Berta


3' di lettura

Tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 il sindacato italiano andò incontro a una complessa e contraddittoria stagione di mutamento che doveva incidere durevolmente sui suoi assetti interni. Le confederazioni dei lavoratori passarono da una fase di lacerazioni e contrasti a una ricomposizione unitaria che avvenne grazie al Protocollo Ciampi del 1993, l’accordo che diede il via al prolungato periodo della concertazione, assicurando ai sindacati un ruolo pubblico che finì col generare un inaridimento delle loro strategie contrattuali e di rappresentanza.

Quell’epoca di crisi e di trasformazione del sindacato e delle sue strategie coincise col momento finale della carriera di Bruno Trentin, segretario generale della Cgil dal 1988 al 1994. Trentin era la figura di maggiore spicco, per rilievo politico, carisma e prestigio culturale, della scena sindacale. E tuttavia i suoi Diari di quegli anni, pubblicati dalla Ediesse grazie alla cura affettuosa e tenace di Iginio Ariemma, rivelano con quali dubbi e anche travaglio interiore egli abbia assunto la più alta responsabilità all’interno di un sindacato cui apparteneva da quarant’anni.

Quando Trentin, allora sessantaduenne, prese su di sé quel compito, con una certa intima riluttanza, la Cgil non attraversava una buona congiuntura. Nell’estate del 1988 alla Fiat era stato siglato un accordo separato, che la Fiom aveva rifiutato di sottoscrivere quando sembrava cosa fatta. Il segretario generale Antonio Pizzinato, un caparbio operaio di Sesto San Giovanni, era osteggiato all’interno dell’organizzazione, al punto che sarebbe stato costretto ad abbandonare la carica. La scelta cadde su Trentin, il quale l’accolse con un senso profondo della crisi cui era soggetta l’azione collettiva dei lavoratori. Chi legga ora, a distanza di quasi un trentennio, le sue pagine di diario, spesso segnate da un intenso disagio e da una dolorosa percezione di inadeguatezza che non risparmia nessuno, tantomeno l’autore, non tarderà a rendersi conto di quanta fatica e sofferenza personale sia costata a Trentin un’opera di direzione destinata a rimanere come uno sforzo solitario, largamente incompreso, soprattutto nelle file della sua organizzazione.

La missione contrattuale del sindacato appariva acefala a Trentin, ove non fosse stata orientata da una volontà acuta di trasformazione. Ciò che mancava al sistema sindacale era la considerazione della portata del mutamento che stava avvenendo entro il mondo del lavoro. La quotidianità delle confederazioni procedeva con i suoi rituali senza misurarsi con un cambiamento tale, secondo Trentin, da alterare la nozione stessa della prestazione di lavoro. Così, le lunghe annotazioni di diario testimoniano di una disaffezione del segretario generale della Cgil verso le pratiche interne della confederazione, scandite dalle logiche delle correnti, dal personalismo dei dirigenti, dall’insipienza della politica.

Trentin vorrebbe che fosse la bussola del mutamento a determinare la strategia sindacale e invece si ritrova a scontrarsi con opportunità contingenti e, a volte, opportunismi personali. Di qui la piega risentita della sua scrittura, il rifugio privato in cui può esprimere fino in fondo il suo spaesamento di fronte alle «miserie» delle situazioni nelle quali deve operare. I diari testimoniano delle sue grandi passioni private come la montagna e la lettura, dove accumula senza tregua note e osservazioni che progetta di far confluire in un libro destinato a rimanere come il proprio segno sulla corteccia di un albero (diverrà La città del lavoro, la sua riflessione più ambiziosa, edita da Feltrinelli).

Grazie a queste risorse private Trentin combatte la depressione che lo incalza, specie nei giorni più oscuri, come nell’estate del ’92, quando obtorto collo firma l’intesa con cui il Governo Amato fa fronte alla crisi finanziaria del Paese. Trentin apporrà la sua firma soltanto per offrire le proprie dimissioni un attimo dopo, dicendo di averlo fatto unicamente per non pregiudicare una situazione già di per sé gravissima. L’anno seguente, la Cgil sottoscriverà invece con convinzione il Protocollo Ciampi, di cui Trentin sarà un protagonista. Ma nella sfera privata, in procinto di lasciare la Cgil, la sua attenzione è concentrata sul mutamento economico e sociale che permetterà di coniugare lavoro e libertà.

Era un’utopia quella di Trentin? Almeno in parte sì, anche perché la dimensione utopica gli era congeniale. Ma aveva probabilmente ragione a credere che l’azione sindacale per rigenerarsi deve calarsi nelle grandi trasformazioni del lavoro del proprio tempo e cercare nella soggettività dei nuovi lavoratori l’impulso per il futuro.

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