il retroscena

Tria, così Mattarella ha evitato le dimissioni del ministro

di Lina Palmerini


Lo spread e le parole dannose del Governo: il costo per famiglie e imprese

2' di lettura

Prima del vertice di governo in cui è stato portato il deficit al 2,4% lo scenario che più temeva Sergio Mattarella erano le dimissioni di Tria.

È la somma dei due eventi, alto deficit più dimissioni di Tria, che renderebbe ingestibile la situazione finanziaria del Paese portandoci in una zona ad alto rischio per la stabilità, con esiti che nessuno è in grado di prevedere. Questo è il punto che più interessa Sergio Mattarella, vigilare sulla tutela di valori costituzionali quali il credito e il risparmio degli italiani che nel combinato disposto dei due fattori entrerebbero in una zona ad alto rischio.

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Se insomma le scelte politiche di Lega e 5 Stelle dovessero provocare anche l’uscita del titolare del Tesoro, si aprirebbe in modo drammatico un percorso che con la nota di aggiornamento al Def è appena agli inizi. E che prevede a metà ottobre la presentazione del bilancio, poi il giudizio della Commissione Ue e – infine ma non ultime – le valutazioni delle agenzie di rating che sono quelle che hanno un peso più rilevante nel giudizio dei mercati e degli investitori. Questi sono i tornanti che ci aspettano e per affrontarli Mattarella ha “lavorato” affinché Tria restasse al suo posto.

Ieri sono stati diversi i colloqui al Quirinale tra i due - l’aggiornamento di Tria sulle trattative politiche è stato quasi in tempo reale - ma il capo dello Stato pur confermando il rispetto verso ogni scelta del ministro, ha dato soprattutto il sostegno alla sua permanenza in Via XX Settembre per evitare esiti peggiori e più allarmanti. Del resto la dialettica tra politica e Mef è stata sempre tesa nelle ore che precedono la stesura del bilancio e tanto più lo è adesso per la sovrapposizione di due programmi politici diversi.

È la complicazione aggiuntiva di questa volta di cui sono ben consapevoli al Colle. Senza entrare in alcun modo in un negoziato politico che non compete e non coinvolge il Quirinale, c’è tuttavia la certezza che un addio di Giovanni Tria renderebbe più difficile la tenuta del Governo e le compatibilità finanziarie della manovra.

Dunque, è un lavoro di ascolto e mediazione quello che si sta facendo in queste ore al Quirinale e non solo sulla legge di stabilità ma anche su altri fronti. Dal decreto su Genova alla spaccatura che ieri c’è stata sul Csm dopo l’elezione di David Ermini, ex responsabile Giustizia del Pd renziano che lascerà il suo posto in Parlamento e chiederà la sospensione dell’iscrizione nel Pd.

Sul decreto ieri si è lavorato per aggiustare un testo che conteneva alcune parti piuttosto incoerenti con l’emergenza della città ligure, che è stato poi “ripulito” e che solo in serata è arrivato nella sua versione definitiva. Oggi dovrebbe esserci la firma. Stesso impegno a mediare ci sarà anche sul Csm che si è spaccato sull’elezione del vicepresidente Ermini, attaccato anche dal ministro della Giustizia Bonafede e da Luigi Di Maio. Già qualche giorno fa Mattarella aveva chiesto che quel ruolo fosse esercitato spogliandosi dell’appartenenza partitica e su questo punto vigilerà cercando di ricomporre le fratture dentro il Csm e tra istituzioni.

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