le due linee nel governo

Tria, dimissioni scongiurate ma equilibrio precario

di Gianni Trovati


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(Ansa)

2' di lettura

Vittoria piena della linea Di Maio-Salvini e crollo della diga di Tria. Che non si dimette, convinto anche dalle richieste del Quirinale per evitare un altro fattore di instabilità all’inizio di una fase che si annuncia più che complicata.

L’esito della girandola di incontri che ha preceduto il consiglio dei ministri per decidere il programma di finanza pubblica non poteva essere più chiaro. Si sfondano i confini del deficit tracciati in queste settimane al ministero dell'Economia per fare spazio a reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni in formula piena, un pacchetto che da solo vale 16-18 miliardi, e si ferma la discesa programmata per debito e deficit strutturale.

Ma il risultato uscito da Palazzo Chigi riguarda solo la partita iniziale di un girone difficile. Dalle prossime ore si comincerà a misurare la reazione degli investitori. E non ci vorrà molto a capire quella di una Commissione europea che si era mostrata disponibile a una mini-limatura (0,1%) del deficit strutturale rispetto ai livelli di quest'anno.

Ma l’attenzione alle cifre non deve distrarre dalla questione di fondo. Nel tira e molla di questi giorni si sono confrontate due linee di politica economica divergenti. Quella di Tria, rilanciata non più tardi di martedì con il riferimento al «giuramento nell’esclusivo interesse degli italiani», aveva posto la stabilità finanziaria come precondizione per avviare in modo graduale le riforme di fisco, pensioni e welfare. La maggioranza degli investitori nei nostri titoli è italiana, aveva ricordato il ministro, e devono convincersi di aver messo i loro risparmi «in un posto sicuro» perché altrimenti consumi e investimenti rimangono fermi. Salvini e Di Maio hanno proposto un elenco di priorità opposto: prima vengono reddito di cittadinanza, pensioni e tagli fiscali, e poi vengono le conseguenze su deficit e debito.

La seconda linea ha vinto in modo chiaro. Le dimissioni del ministro dell’Economia sono scongiurate. Ma l’equilibrio è fragile. Perché una manovra come quella avviata ridisegna il ruolo del ministero dell’Economia e della Ragioneria generale dello Stato, cioè di quelle strutture chiave che in ogni governo sono chiamate a una dialettica difficile con le spinte della politica. Da oggi quella dialettica cambia di segno, e con lei si muta un rapporto di pesi e contrappesi che sarà complicato ricostruire.

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