conti pubblici

Tria, l’Iva e l’ipotesi di aumenti mirati e selettivi

di Dino Pesole


Dal caffè alla pizza cosa cambia se sale l’Iva

3' di lettura

Sul prospettato aumento dell’Iva il governo – fa sapere il ministro dell’Economia, Giovanni Tria – alla fine troverà una soluzione equilibrata. E da tempo in effetti i tecnici di Via XX Settembre e dell’Agenzia delle Entrate stanno lavorando a diverse simulazioni che in sostanza prevedano rimodulazioni di beni da un’aliquota all’altra, tenendo conto che al momento la struttura dell’Iva prevede tre aliquote: un’aliquota ordinaria al 22% e due ridotte al 4 e 10%. L’aliquota minima si applica alle vendite di generi di prima necessità tra cui gli alimentari, l’aliquota ridotta è riservata ai servizi turistici, a determinati prodotti alimentari e particolari operazioni di recupero edilizio.

Il nodo del gettito
Spostare beni da un’aliquota all’altra è certamente possibile. Il problema è verificare quanto si potrà incassare in termini di aumento del gettito, considerato che per disinnescare integralmente le clausole di salvaguardia pronte a scattare dal prossimo anno occorreranno 23,1 miliardi. Lo spostamento di beni da un’aliquota all’altra garantirebbe un gettito molto lontano da quella cifra, quantificabile in 6-700 milioni. L’operazione potrebbe essere accompagnata dall’aumento selettivo dell’aliquota minima e di quella ridotta, e comunque occorrerebbe concordare il tutto con la Commissione europea poiché l’Iva è di fatto un’imposta “europea” e ogni rimodulazione delle aliquote e del gettito va inserito all’interno delle “forchette” fissate da Bruxelles per tutti i paesi membri.

La posizione di Tria
Il ministro Tria, in linea peraltro con le raccomandazioni che da anni l’esecutivo comunitario rivolge al nostro paese, è favorevole all’ipotesi di spostare gradualmente il prelievo dalle “persone alle cose” trasferendo in sostanza il carico fiscale dai fattori di produzione verso settori meno penalizzanti per la crescita. È quella che i tecnici definiscono una “svalutazione interna”, che si traduce in un aumento dell’Iva sui beni importati, sui beni di consumo, favorendo in tal modo le esportazioni e dunque le imprese. Una proposta peraltro avanzata a più riprese nella scorsa legislatura dal predecessore di Tria, Pier Carlo Padoan ma puntualmente respinta al mittente. È del tutto evidente che parlare solo lontanamente di aumenti se pur selettivi dell’Iva a ridosso delle prossime elezioni europee è un tabù per i due contraenti del Governo giallo/verde.

L’ipotesi di aumenti selettivi e ritocchi parziali
Ma di certo, a partire da giugno guardando alla composizione della prossima manovra di bilancio il tema verrà ripreso. Aprire una breccia nel muro invalicabile dell’Iva potrebbe servire a tracciare la strada sia per le clausole di salvaguardia del 2020 che per quelle del 2021. Prima o dopo una soluzione andrà individuata. Finora, sia i governi Renzi e Gentiloni sia l’attuale governo hanno inserito nei tendenziali di finanza pubblica gli aumenti automatici dell’Iva prevista dalla legislazione vigente, fatto salvo poi disporne la neutralizzazione con la legge di Bilancio. Lo si è fatto in prevalenza ricorrendo al maggior deficit. Difficile, se non impossibile, ipotizzare che 23,1 miliardi di aumenti Iva in programma dal 2020 possano essere disinnescati nuovamente in deficit. Se così fosse, il nuovo livello dell’indebitamento netto salirebbe ben oltre il tetto massimo del 3% del Pil, con ciò aprendo la strada a una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. E le conseguenze le pagheremmo sui mercati con l’aumento del costo di finanziamento del nostro debito pubblico. Ecco allora che la soluzione ragionevole invocata dal ministro Tria potrebbe articolarsi in un mix di interventi: aumenti selettivi di alcuni beni e ritocchi parziali delle due aliquote (ridotta e agevolata), ricorso a un margine aggiuntivo di flessibilità Ue (lo 0,3-0,4% del Pil) e per il resto coperture da garantire attraverso tagli contestuali alla spesa corrente e/o aumenti di entrata (come nel caso del prospettato riordino delle agevolazioni fiscali, le cosiddette tax expenditures).

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