OLTRE IL MARE

Trieste: 4 scrittori “di bronzo” raccontano la città

Nel capoluogo giuliano abbondano le statue degli scrittori. Nessuna città ha avuto una concentrazione simile di talenti letterari

di Antonio Armano


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(Marka)

5' di lettura

A Umberto Saba hanno tolto la pipa. Veniva rubata di continuo e il comune ha deciso che era meglio non dargliela più. Parlo della statua di Saba, che sembra lanciata verso la libreria che gestiva, in via San Nicolò a Trieste, ancora aperta, chissà per quanto. Forse perché ispirata a una foto fatta a Milano. Dove si corre sempre, anche se non c'è la bora.

Sarebbe stato meglio privare del fumo Italo Svevo, il cui romanzo più celebre, “La coscienza di Zeno”, è un cimitero delle buone intenzioni (dove “u.s” sta per ultima sigaretta), ma la statua di Svevo non ha sigarette. Solo un libro e un cappello in mano. Al busto che si trova nei giardini pubblici hanno tolto la testa. Ma è stata rimessa.


James Joyce, terzo monumento della letteratura nel capoluogo giuliano cui è dedicata una statua, insegnante di inglese della Berlitz e di Svevo, aveva il vizio di bere da buon irlandese: “And Trieste, ah Trieste ate I my liver” scrive in Finnegans Wake: “Mi ci sono mangiato il fegato”. Lo scultore è sempre Nino Spagnoli e il sindaco delle statue degli scrittori Roberto Dipiazza.

D'Annunzio, la quarta statua, da poco aggiunta alle altre (in occasione del centenario dell'impresa di Fiume), aveva un altro vizio: la cocaina, oltre alle donne. Ma all'epoca era prescritta contro la depressione e la prendevano i piloti per stare svegli. La statua si trova vicino alla sede della Borsa.

Saba

Trieste città creativa
Se a Milano abbondano i giardini dei giornalisti, a Trieste le statue degli scrittori. Nessuna città ha avuto una concentrazione simile di talenti letterari. Non tutti monumentalizzati. Statue a parte, dobbiamo aggiungere viventi come Claudio Magris e Boris Pahor (di lingua slovena), l'autore di Necropoli, e non possiamo dimenticarci di Giorgio Voghera. Tant'è vero che la manifestazione culturale collegata alla Barcolana, “Un mare di racconti”, si concluderà al castello di San Giusto, con la presentazione della candidatura alla rete Unesco delle “città creative”. Per meriti letterari ovviamente. Ci sarà un evento finale dedicato al mare e verranno lette pagine con lo stesso tema. Tra questi Bobi Bazlen (uno dei fondatori dell'Adelphi), Magris, Pahor, Fulvio Tomizza e Quarantotti Gambini, che ha scritto un libro intitolato “L'ombra dell'incrociatore”. Titolo suggerito da Saba, premio Bagutta. Magris non ci sarà di persona ma se si è fortunati lo si può incontrare al caffè San Marco. Se no ci si deve “accontentare” di incontrarlo leggendo “Microcosmi”, premio Strega 1997. Dove racconta che una volta al caffè “un'anziana signora” dopo avergli fatto una serie di complimenti lo ha sgridato: “Lei è tutto spettinato, vada alla toilette a rassettarsi”.

Svevo

Le statue si trovano in luoghi significativi: Joyce in una zona molto bella della città. La stessa dove ha vissuto quando si è trasferito qui nel 1904. Su un canale dove ci sono le chiese di Sant'Antonio e quella serbo-ortodossa di San Spiridione. .

Il rapporto di Joyce e Svevo a Trieste
Joyce notoriamente aveva pochi soldi e quei pochi li investiva in alcol. Poco restava per la famiglia, la moglie Nora Barnacle, e prole. L'amico Svevo ha fatto dell'inettitudine una costante esistenziale. Magris lo definisce uno “Schlemihl”. Cioè uno sfigato, come potremmo tradurre dallo Yiddish. Quando in ufficio gira voce che abbia scritto dei libri, un collega salta su stupefatto: “Quel mona di Schmitz?”. E ancora più memorabile la scena in cui Joyce si presenta a casa di Svevo, che appunto si chiamava Ettore Schmitz, per le prime lezioni di inglese. Svevo aveva bisogno di impararlo perché commerciava in vernici per le barche, attività di famiglia della moglie. Durante la prima lezione, Joyce dice di aver scritto una raccolta di poesie (Musica da camera), una di racconti (Gente di Dublino) e un romanzo (Ritratto dell'artista da giovane). Svevo racconta di avere anche lui pubblicato romanzi, ma senza fortuna. Entrambi si consideravano due scrittori marginali. E parliamo di due monumenti del '900. L'amicizia si manterrà anche quando Joyce, dopo l'annessione di Trieste all'Italia, in seguito alla prima guerra mondiale, se ne va a Parigi.

Joyce


Parliamo di Trieste come se fosse la Roma del caffè Aragno o la Firenze delle Giubbe Rosse, quintessenza dell'italianità. Anche se il caffè San Marco, a partire dal nome, era un covo di irridentisti, Trieste allora era la capitale dell'Adriatisches Küstenland, la zona litoranea asburgica, la quarta città dell'impero dopo Vienna, Praga e Budapest. Il clima di multiculturalismo, fervore artistico e prosperità borghese, ebraismo con una spruzzata di psicanalisi, è estremamente favorevole al romanzo. Anzi: è la ricetta del romanzo moderno. Non per niente Italo Svevo era di origine ebraica. Il protagonista dell'Ulisse di Joyce, Leopold Bloom, è ebreo e, forse, in lui c'è qualcosa di Svevo.

D'Annunzio

D'Annunzio non ha niente a che vedere con Trieste, se escludiamo la sua attività di soldato e irridentista e infatti la statua è stata ribattezzata “statua della discordia”. La mostra che si tiene all'ex Pescheria (Salone degli Incanti), proprio sul lungomare, curata da Giordano Bruno Guerri, celebra i 100 anni dell'impresa di Fiume e si intitola “Disobbedisco”. Il vate sembrava voler garantire l'autonomia storica della città istriana, ma non fa mistero di volerla latinizzare, a partire dalla lingua. Entra su una gigantesca Fiat (in mostra), ma se ne va quando capisce che rischia la vita: “L'Italia non merita la mia vita e neanche la mia morte”. Cioè quando l'esercito italiano inizia a sparare sulla sua residenza col cannone da una nave. E' l'unico poeta che sia mai stato anche capo di Stato. Se l'è passata molto meglio di Joyce e Svevo, è stato un genio dell'auto-promozione, altro che Andy Wahrol e quindici minuti, ha largheggiato e goduto di immensa fama, “regnato”, altro che Limonov. Cosa è rimasto della sua opera letteraria? Chi lo legge ancora oggi? Meno di quanto sia rimasto di Saba, Joyce, Svevo.


A Trieste Saba ha dedicato diverse poesie. “La città vecchia”, la più bella, la più bella mai scritta in assoluto sulla città, ha ispirato anche De André, autore di una canzone omonima su Genova: “...Qui tra le gente che viene che va/ dall'osteria alla casa o al lupanare,/ dove son merci ed uomini il detrito/ di un gran porto di mare,/ io ritrovo, passando, l'infinito nell'umiltà...”.


Qualcuno ha detto che sono gli scrittori a creare i luoghi. Forse valeva per un passato in cui la letteratura contava qualcosa più di oggi. Chissà per quanto rimarrà ancora aperta la libreria antiquaria di Saba, non lontano dalla statua? Se la chiuderanno sembrerà diretta verso il nulla o verso il mare. Massì perché leggere o scrivere? Andiamo al mare. Ma nessun mare, a parte quello di New York, è stato culla di talenti letterari quanto quello triestino. Tutte le statue si possono trovare su Google Maps, come una attrazione turistica; e vuol dire che lo sono. Il selfie con scrittore qui va molto.

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