PROFIT WARNING

Trimestrali, allarmi a raffica sugli utili. Fuga dal rischio a Wall Street

di Vito Lops

(aP)

3' di lettura

La stagione delle trimestrali è entrata nel vivo. Una buona parte (240 società su 500 dell’S&P 500) delle società statunitensi ha già comunicato gli aggiornamenti di bilancio relativo al periodo luglio-settembre. Anche in Europa la pubblicazione dei conti prosegue spedita con 174 aziende dell’indice Stoxx 600 che si sono presentate all’appuntamento con i conti. Negli Usa il numero di sorprese positive – vale a dire le società che hanno battuto le stime degli analisti – è pari all’82% (a fronte di un 17% di sorprese negative) mentre sul fronte ricavi il dato è meno entusiasmante. In Europa il quadro è profondamente diverso: le sorprese negative sui profitti sono al 56%, oltre la metà.

LA FRENATA GLÒBALE DEI PROFITTI

(Fonte: Thomson Reuters)

LA FRENATA GLÒBALE DEI PROFITTI

Osservando questi numeri potremmo desumere che le trimestrali stanno specchiando il rallentamento della crescita in Europa (evidenziato da numerosi dati macro, come il Pmi composito, che a settembre è scivolato sui minimi degli ultimi due anni) a fronte di un’economia statunitense che invece marcia con il vento in poppa (il Pil del terzo trimestre è cresciuto del 3,5% su base annua a fronte del 3,2% atteso). Ma non è tutto ora quel luccica anche laddove i dati sono buoni. Perché molte aziende (di ogni latitudine e comparto di attività, comprese quelle americane) si sono portate avanti indicando che la crescita di utili e/o ricavi calerà a fine anno. Tra queste figurano anche i colossi Amazon e Google. Ecco perché nelle ultime sedute la Borsa statunitense ha subito una brusca correzione. Alla rotazione dei portafogli verso i bond (con i tassi Usa biennali al 2,8% la maggior parte dei dividend yield espressi dalle azioni Usa diventano meno competitivi) si somma il fatto che i mercati stanno iniziando a scontare un peggioramento dei conti per l’ultima parte dell’anno e un avvio di 2019 in chiaroscuro. Così tanto le Borse europee (-9% a ottobre) quanto quelle Usa (Sp&500 -8% ma Nasdaq -11%) stanno subendo una correzione che su questi livelli si potrebbe ancora definire salutare (e non l’avvio di un mercato Orso). Solo nell’ultima settimana, complici trimestrali deludenti, le Borse globali hanno perso 2mila miliardi di dollari.

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I settori colpiti dal rallentamento dei conti sono variegati. Tech, auto, industria, lusso, energia, tlc, poste. Ogni storia aziendale ha le sue gatte da pelare in un quadro generale che in prospettiva pare direzionato al rallentamento. Tra le big, Amazon ha segnalato per il quarto trimestre, quello cruciale per gli acquisti del Natale, una stima di crescita dei ricavi (+20% a 72,5 miliardi) inferiore alle previsioni (74 miliardi). Gli effetti del rallentamento della Cina si stanno facendo sentire in Europa. Valeo, produttore di ricambi per il settore automotive, ha perso da inizio mese il 35% dopo aver lanciato il suo secondo allarme utili dell’anno. Anche Bmw e Daimler hanno peggiorato la guidance dei conti di fine anno. Ams, il produttore svizzero di semiconduttori (fornitore di Apple) è crollato del 37 in scia profit warning sul quarto trimestre. Male anche il colosso della pubblicità Wpp (che ha registrato in Borsa il ribasso più forte in sei anni) e perfino Royal Mail (le poste britanniche) che dopo la trimestrale hanno perso il 27 per cento.

«In Europa c’è un problema di conti del terzo trimestre, negli Usa queste trimestrali ci stanno raccontando che i conti fino a settembre sono molto buoni ma preoccupa la fine dell’anno – spiega Marco Piersimoni, senior portfoglio manager di Pictet asset management -. È evidente che a questo punto il focus dei mercati si sposta nuovamente sulle banche centrali. A loro il compito di impedire che i segnali di rallentamento della crescita diventino più preoccupanti nei prossimi mesi. La Federal Reserve, ad esempio, potrebbe anche rivedere la propria politica di rialzo dei tassi che ne prevede almeno altri quattro».

Dal Qe al Twist: ecco come la Bce può salvare l'Europa

Anche la Bce si starà ponendo domande simili tanto che si fanno sempre più insistenti le voci sul lancio di nuovi stimoli per le banche (attraverso la formula già sperimentata del Ltro, Long term refinancing operation) e per i governi (attraverso l’operation Twist, la vendita di titoli a breve e con il “ricavato” il contestuale acquisto di titoli a lunga).

Le società – big comprese – quindi aspettano novità da Fed e Bce perché il contesto globale è piuttosto incerto. La guerra commerciale tra Usa ed Eurozona non è più solo a parole. Le società cinese la stanno pagando già cara (il listino perde il 22% da inizio anno) così come le statunitensi (nelle prospettive calanti di utili e ricavi del quarto trimestre) e le europee (come si evince anche dai conti del terzo trimestre).

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