Transizione energetica

Trivelle, il Governo stringe sul piano per le aree idonee ma la maggioranza è divisa

Il documento fissa i criteri che delimiteranno gli ambiti in cui si potrà operare. L’esecutivo vuole chiudere per fine settembre ma c’è il nodo delle Regioni

di Celestina Dominelli

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3' di lettura

L’obiettivo, come ribadito dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, è chiudere il cerchio entro il 30 settembre per recuperare i tanti ritardi fin qui accumulati. Perché la genesi del Pitesai, il piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee che dovrà identificare le zone della penisola in cui è possibile cercare e estrarre idrocarburi, è stata molto travagliata.

Previsto per la prima volta nel decreto Semplificazioni del 2019, con annessa sospensione per 24 mesi dei permessi di ricerca e introspezione già vidimati, il piano ha visto infatti slittare più volte il suo debutto ufficiale fino all’ultima deadline con una nuova moratoria su permessi e procedimenti amministrativi fissata ora a fine settembre (mentre non sono state sospese, vale la pena di sottolinearlo, le richieste di concessione già presentate e le attività già in essere in attesa della mappa definitiva).

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La deadline, dunque, si avvicina e il governo sta cercando una faticosa quadratura del cerchio che dovrà tener conto anche dell’esito della consultazione pubblica sul Piano con chiusura prevista il 14 settembre. Ma la mission non è scontata dal momento che per la sua adozione servirà un’intesa forte, come suggerisce lo stesso decreto a monte, tra lo Stato e la Conferenza unificata. E il passaggio con le Regioni potrebbe allungare i tempi senza contare i possibili riverberi causati dalle profonde divisioni all’interno della maggioranza con i Cinquestelle da sempre schierati contro nuove trivellazioni, mentre la Lega preme per far ripartire celermente le attività rimaste finora in stand-by.

Fin qui il quadro assai frastagliato attorno alla definizione del Piano che, va detto, non contiene indicazioni stringenti sulle aree in cui si potrà tornare a fare attività di ricerca e di estrazione, ma si limita a fornire alcuni criteri per poterle identificare.

Quali? La risposta arriva dalla combinazione di tre tasselli: il primo è un criterio geologico con cui si valuterà se esiste o meno un elevato potenziale geominerario dell’area interessata; il secondo rinvia a un effettivo interesse minerario che dovrà essere documentato dalle stesse società che effettuano ricerche di idrocarburi: e, infine, bisognerà attenersi a un criterio geo-amministrativo in base al quale, si legge nella proposta di Piano sottoposta a consultazione pubblica, si considera, per cominciare, «di escludere per il futuro a priori l’apertura alle attività di ricerca e coltivazione di nuove zone marine». A questi criteri, chiarisce il documento, andranno poi affiancati alcuni vincoli assoluti, cioè quelli derivanti da norme di legge già in atto nelle zone marine, oltre ai paletti rappresentati da tematiche di salvaguardia del patrimonio ambientale e culturale.

Il piano stabilisce quindi che cosa succederà nelle aree che risulteranno idonee rispetto alla griglia di criteri individuati. Nelle zone oggi prive di titoli minerari, si legge nella bozza, sarà, per esempio, possibile dopo il Pitesai presentare nuove domande solo se finalizzate alla ricerca di giacimenti di gas. Riprenderanno, poi, anche i permessi di ricerca vigenti o in fase di proroga. E proseguiranno sia gli iter per conferire nuove concessioni sia le attività di quelle già esistenti.

Il piano specifica inoltre che cosa accadrà nelle concessioni improduttive stabilendo, tra l’altro, che, se lo sono da più di 7 anni, bisognerà procedere con la chiusura dei pozzi e con le attività di ripristino.

E nelle aree non idonee come ci si muoverà? Anche su questo fronte, la road map del governo è molto chiara. In quelle oggi prive di titoli minerari, non si accetteranno nuovi permessi e le zone oggi aperte, sia in mare che a terra, saranno riperimetrate per escludere le aree non idonee. Per i permessi di prospezione vigenti (che durano un anno non prorogabile e non prevedono la perforazione di pozzi), arriverà invece la mannaia. Come per le domande di ricerca o in fase di proroga: se ricadono totalmente in aree non idonee saranno revocati o riperimetrati se confliggono solo parzialmente.

C’è, poi, il capitolo delle concessioni vigenti o in fase di proroga: qui la linea è invece quella di valutare caso per caso con un’analisi costi/benefici in modo da verificarne la sostenibilità economica.

Insomma, l’elenco finale delle zone idonee sarà il risultato di un puzzle composito che, chiarisce il Piano in premessa, riguarderà comunque solo 15 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto): l’area terrestre sarà pari al 42,5%, mentre le attività autorizzate in mare rinvieranno all’11,5% del perimetro complessivo delle zone marine aperte (quelle, cioè, in cui è possibile cercare o coltivare idrocarburi).

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