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Trivelle, la Puglia perde l’ennesimo ricorso

di Jacopo Giliberto


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4' di lettura

La Petroceltic potrà trivellare l’Adriatico, ha stabilito la Corte Costituzionale che ha bocciato la Puglia “no-triv”. Ma la compagnia petrolifera irlandese Petroceltic non cercherà alcun giacimento italiano: maltrattata da Michele Emiliano, dalla Puglia e dall’Italia, la compagnia ha deciso di chiudere tutte le attività nella riottosa Penisola, ha licenziato il personale italiano e se n’è andata a spendere altrove i suoi investimenti. E ciò accade proprio mentre un po’ più a Nord, davanti a Ravenna, l’Eni ha stimato in 400 nuove assunzioni nell’indotto la conseguenza della spesa dei primi 500 milioni di euro sui 2 miliardi di investimenti previsti dall’Eni per usare il metano e il petrolio nazionali.

Qualcuno ricorderà il referendum “no triv” dell’aprile 2016 contro la ricerca di giacimenti in mare. La consultazione popolare finì con una sconfitta degli anti-trivelle; la maggioranza degli italiani decise di non presentarsi ai seggi e il referendum anti-trivelle fu bocciato sonoramente. Nei giorni scorsi è stato bocciato un altro intervento “no-triv”: la Corte Costituzionale ha detto inammissibile un ricorso “no-triv” di Michele Emiliano e della Regione Puglia da lui presieduta. Con la sentenza 146 emessa il 5 luglio, la Corte Costituzionale ha detto che la Puglia ha torto e la società petrolifera irlandese Petroceltic può ricominciare a cercare giacimenti nel mare pugliese. Ma ormai è tardi. Soldi sfumati, investimenti persi, petrolio e gas in più da importare a caro prezzo pagandolo a sceicchi, oligarchi e califfati islamici.

Il ministro Di Maio
La Corte Costituzionale in sostanza ha sentenziato che le Regioni non hanno alcun diritto sul mare e che le autorizzazioni alla ricerca e allo sfruttamento di giacimenti spettano esclusivamente allo Stato, cioè al ministero dello Sviluppo economico. Ciò apre uno scenario nuovo.
Il ministero dello Sviluppo economico che rilascia le autorizzazioni ai giacimenti in mare è guidato da Luigi Di Maio.
La domanda è ovvia: quale strategia sceglierà il ministro fra utilizzare i giacimenti nazionali e aumentare le importazioni di gas e di petrolio?

Le sentenze sì-triv
La sentenza del 5 luglio arricchisce la collezione di decine di ricorsi persi in sequenza dalla Puglia e dalla veemenza “no-triv” del suo presidente.
Per esempio nel marzo 2018 la Puglia ha perso al Consiglio di Stato contro la compagnia petrolifera Spectrum, nel marzo 2017 il Consiglio di Stato ha bocciato ul ricorso anti-Tap, nel settembre 2016 il Tar Lazio era arrivato a bocciare una cinquantina di altri ricorsi della Puglia contro le ricerche di giacimenti.

Il permesso alle Tremiti
Ma in questo caso che cosa aveva detto la Puglia? E che cosa la Corte Costituzionale? Nel dicembre 2015 come da normativa il ministero dello Sviluppo economico aveva autorizzato la Petroceltic a sondare il sottosuolo del mare Adriatico al largo delle isole Tremiti, della Puglia e del Molise per cercare la presenza di eventuali giacimenti di petrolio o di metano.

Il ricorso della Puglia
Nella primavera 2016 la Regione guidata da Michele Emiliano, in prima linea contro l’uso delle risorse minerarie locali, aveva ritenuto che il mare di fronte a Molise, Gargano e Tremiti appartenesse alla Puglia e ha fatto ricorso contro il decreto di autorizzazione dello Sviluppo economico.
La competenza sull’energia è condivisa fra lo Stato e le Regioni e di conseguenza (scrisse la Puglia) è indispensabile il consenso delle Regioni per autorizzare o respingere progetti energetici secondo (scrive l’ennesimo ricorso sconfitto) «le attribuzioni costituzionali della Regione Puglia riconosciute dagli articoli 117, terzo comma, e 118, primo comma, della Costituzione, come interpretati dalla giurisprudenza costituzionale a partire dalla sentenza n. 303 del 2003».

Il mare è dello Stato
La Corte Costituzionale ha detto che la Puglia si sbaglia di grosso. Il sottosuolo e le ricchezze che vi sono racchiuse appartengono allo Stato, all’intera collettività nazionale, e solamente lo Stato può concederne lo sfruttamento e raccoglierne i vantaggi (se riterrà, lo Stato potrà generosamente condividere le royalty con le Regioni o i Comuni). La Regione ovviamente ha diritto a esprimersi con un parere se l’attività petrolifera si svolge sotto il suo territorio. Ma il mare appartiene solamente allo Stato e non alle diverse Regioni che si affacciano lungo la costa. Il confine dove finisce una Regione è alla battigia dove si infrangono le onde di acqua salata.

Così la sentenza 146 del 5 luglio dice: «Per questi motivi la Corte Costituzionale dichiara inammissibile il conflitto di attribuzione promosso dalla Regione Puglia contro il Presidente del Consiglio dei ministri, per la dichiarazione che non spetta allo Stato – e per esso al Ministero dello sviluppo economico – l’adozione del decreto 22 dicembre 2015, di conferimento del permesso di ricerca di idrocarburi alla Società Petroceltic Italia srl».

Via dall’Italia
Ma la Petroceltic ormai se n’è già andata. Appena la Puglia fece ricorso, la società dublinese dichiarò di non poterne più dell’Italia che preferisce importare il gas e il petrolio piuttosto che usare le risorse nazionali. «La società Petroceltic ha presentato al Mise istanza di rinuncia in merito al permesso di ricerca nel Mare Adriatico meridionale, a largo delle isole Tremiti. Essendo trascorsi 9 anni dalla presentazione dell’istanza, periodo durante il quale si è registrato un significativo cambiamento delle condizioni del mercato mondiale, Petroceltic Italia ha visto venir meno l’interesse minerario al predetto permesso». Il personale italiano è stato licenziato e addio al Belpaese.

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