LA RIUNIONE DELLA BANCA EUROPEA

Troppe incertezze sulla crescita, Draghi e la Bce non discutono la futura politica monetaria

di Riccardo Sorrentino


La volatilità farà danni solo se l’economia smetterà di crescere

3' di lettura

L’incertezza è molta. Troppa. Al punto che - ha ammesso il presidente Mario Draghi - il consiglio direttivo della Bce non ha discusso sulle prospettive di politica monetaria «in sé». Un’indicazione un po’ sorprendente, ripetuta anche dopo che le domande della conferenza stampa hanno dato voce a questo stupore. Non è stato quindi discusso, in particolare, che forma prenderà il quantitative easing dopo settembre, quando finirà l’attuale fase che prevede acquisti per 30 miliardi al mese.

Crescita moderata
La crescita sta rallentando. In tutti i paesi e in tutti i settori. È un fatto ormai noto, in un certo senso scontato. «Una certa normalizzazione era attesa», ha spiegato Draghi, dopo la forte crescita del 2017. Il comunicato introduttivo alla conferenza stampa parla quindi semplicemente di «moderazione» della crescita compatibile con «un’espansione solida e ad ampio raggio» dell’attività economica.

«Cautela» nelle valutazioni
Sono i potenziali sviluppi di questa frenata, però, che «richiedono di essere monitorati»,■ ha detto il presidente, e suggeriscono «cautela» nella loro interpretazione sia pure «temperata - ha aggiunto - da un’invariata fiducia nella convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo» del 2% nel medio termine. La Bce, insomma, vuole segnalare che qualcosa nell’andamento della crescita economica richiede attenzione, ma non vuole che se ne traggano (per ora) conclusioni per la sua strategia di lungo periodo.

Fattori temporanei o duraturi?
La diagnosi dell’economia di Eurolandia compiuta da Mario Draghi segnala in realtà molti aspetti delicati. Anche se è giusto che la Bce non dia troppa importanza a indicazioni per ora limitate nel tempo. Le domande che si pone la Bce sono due. La prima: quali fattori sono temporanei, e vanno quindi sostanzialmente ignorati, e quali invece più duraturi? Le flessioni più forti registrate in alcuni dati e in alcuni sondaggi (di fiducia e di attività economica) sembrano essere legati, ha detto Draghi, a cause transitorie: cattivo tempo, scioperi, la data della Pasqua. Non dovrebbero dunque essere preoccupanti. Questi cali si sono inoltre stabilizzati, e a livelli «superiori alle medie di lungo periodo».

Offerta o domanda?
La seconda riguarda invece la causa di questi rallentamenti: riguarda l’offerta di beni e servizi? In questo caso sarebbe fuori della portata della politica monetaria. In alcuni settori, come le costruzioni, si nota una carenza di lavoratori che segnala problemi di questa natura. Se però la causa cadesse dal lato della domanda, la Banca centrale dovrebbe modificare la propria strategia.

L’incognita del protezionismo
Su tutto pesa l’incognita della «retorica» sul protezionismo. Draghi ha ricordato che gli effetti diretti delle misure finora proposte dall’Amministrazione Usa sembrano essere limitati. Non è noto, ha però ricordato, quali possano essere le misure di ritorsione e i loro effetti. Difficile quindi valutare le conseguenze di questo lenta, ma rumorosa, mutazione delle politiche commerciali. Il comunicato introduttivo continua a parlare di rischi bilanciati per la crescita e ricollega quelli “verso il basso” - malgrado tutte le incertezze sulla frenata dell’attività interna - a fattori globali e in particolare al protezionismo che sembrano dunque prevalenti.

Nessun cambiamento nella politica monetaria
Al momento non cambia nulla, in ogni caso, nella politica monetaria. È prematuro del resto che la diagnosi della Bce giunga a conclusione. È indubbio però che una prolungata frenata dell’economia, legata soprattutto alla domanda interna, potrebbe ridimensionare le pressioni sui prezzi che a oggi sono per giunta lente a manifestarsi. Cosa potrebbe fare ancora la politica monetaria, in un simile scenario?

Inflazione ancora moderata
Troppo presto per dirlo. Al momento le indicazioni sulla dinamica dei prezzi raccontano che l’inflazione complessiva ondeggerà intorno all’1,5% fino a fine anno, solo a causa del rialzo del petrolio. Concluderà dunque il 2018 - se ne può dedurre - all’1,4% medio annuo previsto a marzo dalle proiezioni della Bce. L’inflazione sottostante resta però molto debole, ha spiegato Draghi, anche se si nota qualche movimento nella crescita dei salari che, nel tempo, potrebbe trasferirsi ai prezzi.

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