l’analisi

Troppi pregiudizi nei confronti di chi fa impresa

Se escludiamo sanità e ristorazione, settori più segnati dalla diffusione del virus, per tutti gli altri settori non emergono particolari differenze

di Daniele Marini

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Se escludiamo sanità e ristorazione, settori più segnati dalla diffusione del virus, per tutti gli altri settori non emergono particolari differenze


2' di lettura

Persiste, nel nostro paese, un orientamento che si nutre di rappresentazioni sociali e pregiudizi difficili da scalfire. Un po’ come il mito dell’Idra, il mostro acquatico dalle sette teste che ricrescevano via via che venivano tagliate.

Ricordiamo la definizione di «prenditori» affibbiato a chi fa impresa? O il considerare lo Stato l’unico soggetto in grado di promuovere uno sviluppo equilibrato per i lavoratori? Come se impresa, imprenditori e lavoratori, pur nella legittima distinzione di interessi, non potessero (e dovessero) sviluppare una comune visione legata al lavoro, alla creazione di ricchezza, a uno sviluppo sostenibile per il territorio. A maggior ragione oggi che la crisi dettata dalla pandemia richiede un cambio radicale di visione.

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Eppure, questo orientamento se non contrario, sicuramente pregiudizievole, nei confronti di chi assume il rischio di creare un’impresa, tende a permanere anche di fronte alla oggettività dei fatti. C’è un aspetto dell’indagine dell’Istat presentata che è interessante e sconfessa le forti preoccupazioni che erano state manifestate sulla riapertura delle fabbriche: se escludiamo i lavoratori della sanità e della ristorazione, più segnati dalla diffusione del virus, per tutti gli altri settori non emergono particolari differenze.

Che ne è, a questo punto, delle polemiche scoppiate sulle riaperture delle fabbriche? Qualcuno sosterrà: era necessario porre il tema per tutelare la salute dei lavoratori. Come se i titolari fossero tutti arcigni Scrooge interessati esclusivamente al profitto.

La diffusione della pandemia ha obbligato le imprese, in vista della ripresa dopo la sospensione, a realizzare opere di sanificazione e di sicurezza sanitaria per poter consentire ai lavoratori di lavorare. Una ricerca svolta sui lavoratori dipendenti in Italia durante il lockdown ad aprile (Community Research&Analysis per Federmeccanica) ha dimostrato come l’85,1% dei lavoratori dichiarasse un’attenzione al distanziamento, piuttosto che l’uso di mascherine e attività di sanificazione, fossero state realizzate all'interno di tutti i reparti e uffici. Quota che si elevava al 92,1% fra i metalmeccanici.

L’86% dichiarava che le imprese avevano tenuto in debita considerazione le proposte dei lavoratori. Quindi, nella quasi totalità delle realtà d’impresa esiste una consolidata reciprocità di interessi che accomuna datori di lavoro e collaboratori. Altrimenti non si comprenderebbe come mai l’85,1% dei lavoratori dichiari di sentirsi come “a casa” nella propria azienda.

Sia chiaro: situazioni di criticità nel rapporto fra imprese e occupati non mancano. Ma costituiscono l’eccezione, non la regola. E non possono essere prese a misura del tutto.

Profondi cambiamenti (culturali e organizzativi) sono avvenuti e non si può continuare a leggere la realtà con le lenti del passato. Rischio che si corre anche per il prossimo futuro, se si ipotizza di fare il bene dei lavoratori prolungando per molto tempo l’erogazione della Cig, condannandoli in un limbo e ingessando le imprese.

Una volta di più agendo su politiche passive, anziché su quelle attive (formazione e riqualificazione professionale) a favore della loro occupabilità. Oggi esistono i presupposti, anche finanziari (Ue), per una progettazione che non ha pari. Richiede però una condivisione dello sviluppo che faccia giustizia degli orientamenti antiimpresa: guardando pragmaticamente al futuro.

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