La delega sulla riforma fiscale

Troppi problemi irrisolti anche in caso di completa attuazione

di Vincenzo Visco

(Adobe Stock)

5' di lettura

La delega sulla riforma fiscale è finalmente giunta in Parlamento e sono possibili alcune considerazioni. Si tratta di 10 articoli molto sintetici, piuttosto generici (se non vaghi), ma che nel complesso hanno una loro coerenza, contrariamente al documento varato a luglio dalle commissioni parlamentari.

La vaghezza delle formulazioni rinvia le scelte potenzialmente più divisive al legislatore delegato, cioè al governo che acquisisce così ulteriore potere nei confronti del Parlamento. Gli interventi ipotizzati sono piuttosto limitati e riguardano solo alcuni settori del sistema, non si tratta cioè di una “grande riforma”. Ciononostante non è chiaro se la riforma verrà attuata e in che misura. La delega dovrà essere approvata dalle Camere e potrebbe subire modifiche, e non è detto che il governo Draghi resti in carica altri due anni. Più probabile è l’anticipo di alcune indicazioni nella legge di bilancio o all’interno di decreti legge che dovranno essere presentati.

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Dal punto di vista del sistema, l’aspetto più rilevante è l’introduzione di una organica dual income tax (Dit). Ciò non sarebbe una novità in quanto questa soluzione fu adottata con la riforma Visco del 1996-97, anche se poi rimase incompiuta e fu revocata dai governi successivi. Il sistema duale comporta l’applicazione di un’unica aliquota proporzionale sui redditi di capitale (di solito quella più bassa della scala delle aliquote progressive), e di un prelievo progressivo sui redditi di lavoro (dipendente e autonomo). Le due imposte si applicherebbero in modo distinto e separato (senza compensazione trasversale di eventuali perdite). Per i redditi misti (di impresa e di lavoro autonomo), si dovrebbe far ricorso alla imputazione di un rendimento figurativo al capitale utilizzato per isolare il reddito attribuibile al capitale e distinguerlo dal contributo lavorativo diretto. Per le società per azioni si dovrebbe distinguere tra capitale proprio e di debito attribuendo al primo (o al suo incremento) un rendimento figurativo ordinario da tassare con aliquota Dit (ridotta), mentre alla parte rimanente dei profitti, che sarebbero in realtà sovraprofitti (rendite), si applicherebbe l’imposta sulle società. La adozione della Dit comporterebbe l’abolizione dell’Ace.

Personalmente sono diventato piuttosto scettico rispetto al sistema Dit, che fu concepito in un’altra epoca, quando l’inflazione era elevata, e l’inizio della globalizzazione creava situazioni di concorrenza fiscale pericolose. Oggi le condizioni economiche sono diverse. Inoltre in Italia abbiamo potuto verificare che l’uniformità del prelievo sui redditi di capitale rimane una chimera, dato il trattamento privilegiato (del tutto immotivato, ma accettato) dei titoli pubblici, e le pressioni delle lobby finanziarie per ottenere trattamenti privilegiati. Tuttavia va riconosciuto che si tratterebbe di una razionalizzazione rilevante di un assetto piuttosto confuso.

Per l’Irpef si mantiene la struttura progressiva del prelievo (non necessariamente delle aliquote), proponendo una riduzione progressiva delle aliquote medie effettive al fine di ridurre l’incidenza sul lavoro. Resta il fatto che ai fini di una razionalizzazione dell’assetto attuale dell’imposta servirebbero risorse molto maggiori di quelle che il governo può investire, e quindi dovremo aspettarci la permanenza di detrazioni decrescenti e aliquote implicite. Del tutto stravagante appare poi l’ipotesi di ridurre l’imposta ai giovani e “ai secondi percettori di reddito”, perpetuando un uso improprio dello strumento fiscale, e l’illusione dell’efficacia di modesti interventi incentivanti, che pure la delega vuole ridurre (spese fiscali).

Per quanto riguarda la tassazione delle imprese, oltre a enunciazioni piuttosto generiche e vaghe, si auspica il «rafforzamento del processo di avvicinamento tra valori civilistici e fiscali» in riferimento alla disciplina degli ammortamenti, vale a dire un allargamento sostanziale delle basi imponibili attuali.

Per l’Iva si prevede la possibilità di variare il numero e il livello delle aliquote, di trasferire beni da un’aliquota a un’altra, di prevedere interventi anti-evasione (come potrebbe essere l’adozione di una aliquota unica negli scambi B2B che consentirebbe di recuperare tra i 10 e i 15 miliardi). In sostanza sembra che l’imposta sia destinata a generare un aumento di gettito.

È poi prevista la graduale soppressione dell’Irap. Anche se i connotati e il peso dell’imposta sono mutati rispetto a quando l’imposta fu introdotta, si tratta di un intervento molto discutibile. Sarebbe preferibile che le eventuali risorse disponibili fossero concentrate sulla riduzione dell’Irpef e del costo del lavoro. Inoltre l’Irap mantiene ancora una caratteristica molto utile per quanto riguarda una corretta tassazione delle imprese, vale a dire la neutralità del prelievo rispetto al finanziamento delle imprese (con capitale proprio o di debito). Da un punto di vista teorico sarebbe preferibile abolire l’Ires e potenziare l’Irap a parità di gettito. Inoltre non si capisce come verrebbe garantito il recupero di gettito e il finanziamento della Sanità. Molto opportuna appare la sostituzione delle attuali addizionali con sovraimposte.

Per quanto riguarda il catasto, se la riforma vedrà la luce, si tratterebbe di un intervento giusto, necessario, e da tempo dovuto. La revisione del catasto è attesa da decenni; fu proposta dal governo Monti, e poi recuperata a livello parlamentare nella legislatura successiva e approvata all’unanimità, salvo a essere poi indirizzata su un binario morto dal governo Renzi. A parità di gettito, la riforma determinerebbe una redistribuzione del prelievo dai quartieri periferici delle città a quelli centrali, dai piccoli ai grandi centri, dal sud al nord, e ridurrebbe i valori immobiliari dei piccoli comuni che si sono progressivamente desertificati, nonché quelli delle nuove costruzioni dei grandi centri urbani le cui rendite sono state stabilite in base ai valori di mercato di 5-10 anni fa e che oggi sono molti inferiori. Il numero di coloro che guadagnerebbero dalla riforma sarebbe di gran lunga superiore a quello dei perdenti. Le opposizioni alla riforma, quindi, esprimono il rifiuto dei ceti abbienti del nostro Paese (e dei loro rappresentanti) a partecipare in misura adeguata al finanziamento del bilancio pubblico, e quindi non vanno prese in considerazione.

Per quanto riguarda l’evasione, a parte la possibilità di rimodulare l’Iva a questo fine, nella delega non sono contenute misure specifiche, anche se va riconosciuto che il governo ha introdotto in un recente decreto una norma che dovrebbe impedire al Garante della privacy di continuare a limitare la possibilità di utilizzazione delle banche dati da parte dell’Agenzia delle Entrate. Infine la riforma non dovrebbe comportare riduzioni di gettito, oltre quelle esplicitamente previste.

Nel complesso una serie di misure accettabili, ma anche nel caso di una (improbabile) completa attuazione della delega, molti dei problemi di fondo del fisco attuale resterebbero irrisolti. In particolare la distribuzione del prelievo fiscale e contributivo tra redditi da lavoro e altre tipologie di reddito che oggi penalizza i primi.

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