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Troppi suini e poche braciole negli Usa: il coronavirus chiude i macelli

Negli Stati Uniti il contagio dilaga nella filiera della carne. Molte fabbriche ormai sono offlimits, tanto che per i suini la capacità di lavorazione si è ridotta di un terzo. Gli allevatori rischiano di dover bruciare le carcasse degli animali

di Sissi Bellomo

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Negli Stati Uniti il contagio dilaga nella filiera della carne. Molte fabbriche ormai sono offlimits, tanto che per i suini la capacità di lavorazione si è ridotta di un terzo. Gli allevatori rischiano di dover bruciare le carcasse degli animali


3' di lettura

I maiali come il petrolio: ormai sono troppi negli Stati Uniti e non si sa più dove metterli da quando i macelli e le fabbriche per la lavorazione delle carni, uno dopo l’altro, hanno cominciato a chiudere per il coronavirus.

Mentre salsicce e braciole sono sempre più scarse nei supermercati americani, i capi di bestiame hanno perso valore. Al punto che gli allevatori si avviano a scelte disperate pur di contenere le perdite: in alcune aree – non solo negli Usa ma anche in Canada – qualcuno avverte che presto bisognerà sopprimere i suini e bruciarne le carcasse.

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La macellazione sarebbe stata comunque il destino di questi animali, ma per la filiera agricola è un duro colpo – l’ennesimo – dal punto di vista economico: Axios stima perdite per 21,6 miliardi di dollari a causa della pandemia nei settori delle carni e dei latticini.

È anche l’ennesimo segnale di cedimento della catena di rifornimenti alimentare. Anche altri prodotti – in particolare frutta e verdura – oggi faticano a raggiungere i consumatori, oppure hanno subito forti rincari. E i problemi non riguardano soltanto il Nord America, ma tutto il mondo. Tanto che il Fondo monetario internazionale e la Croce rossa hanno di recente rinnovato l’allarme sul rischio di “rivolte del pane”.

A mettere in crisi la filiera della carne negli Usa è stata la chiusura di una decina di grandi stabilimenti delle maggiori aziende del settore: Tyson Food, Jbs, Smithfield Foods. Altre fabbriche lavorano a ritmi ridotti, per prevenire i contagi da Covid-2019 che nel settore si sono diffusi in modo esponenziale.

Oggi gli esperti stimano che negli Usa la capacità di lavorazione dei suini sia ridotta di almeno il 30%, quella delle carni bovine di circa il 15%.

I congelatori aiutano fino a un certo punto: anche in questo caso, come per il petrolio, la capacità di stoccaggio rischia di testare i limiti. E comunque bisognerebbe mettere da parte capi interi. perché le macellerie e salumerie industriali non funzionano più o funzionano a scartamento ridotto.

Se si guarda alle carni lavorate, gli Usa – tra suini, bovini e pollame – sono rimasti con scorte sufficienti per un paio di settimane di consumi. I prezzi all’ingrosso della pancetta sono più che raddoppiati la settimana scorsa, mentre il valore dei suini – misurato sul mercato dei futures a Chicago – di recente è crollato ai minimi da 17 anni.

Gli allevatori di polli stanno rompendo le uova, in modo da limitare il numero dei capi. Per i bovini si può temporeggiare e qualcuno sta modificando l’alimentazione per rallentarne la crescita. Ma per i maiali non si può fare lo stesso. L’unica speranza per chi opera nel settore è che le grandi fabbriche di lavorazione riaprano in fretta.

Non è del tutto chiaro perché il coronavirus in questo settore si sia diffuso più rapidamente che in altri. I lavoratori in molte fasi lavorano a stretto contatto tra di loro ed è probabile che le precauzioni non siano state adeguate. Qualcuno ipotizza che, trattandosi di lavori mal pagati, vengano svolti da persone costrette a vivere in luoghi dov’è difficile evitare la promiscuità. Un altro dubbio è che siano stati gli ispettori del lavoro a portare il coronavirus da un impianto all’altro: in questa categoria si contano centinaia di contagi e alcuni morti.

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