Intervista a Barbara Cittadini

«Troppi tagli, sanità non adeguata per i nuovi bisogni»

Palermitana, presidente nazionale dell'Aiop, l'Associazione italiana dell'ospedalità privata

di Nino Amadore

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Barbara Cittadini al vertice dell'Aiop nazionale è stata anche presidente di Aiop Sicilia

Palermitana, presidente nazionale dell'Aiop, l'Associazione italiana dell'ospedalità privata


4' di lettura

«Negli ultimi anni è stata fatta la scelta di disinvestire, costantemente, nel settore sanitario: nel 2009 il sistema sanitario nazionale poteva usufruire di fondi pari al 7,3% del Pil, dal 2010 al 2019 l’investimento si è ridotto, ogni anno, fino ad arrivare al 6,4 %». A parlare è Barbara Cittadini, palermitana, legale rappresentante della Casa di cura Candela, presidente nazionale del’Aiop, l’Associazione italiana dell’ospedalità privata.

Come vi siete mossi in questa situazione di crisi per il Covid-19?
Ci siamo attivati da subito e abbiamo agito, come è giusto che sia, in piena sinergia con il sistema sanitario pubblico. L’emergenza è esplosa in Lombardia, dove le istituzioni hanno fatto sinergia tra di loro, ragionando in termini di sistema. E lì è stata, immediatamente, chiara una cosa, che va spiegata bene ai cittadini: è vero che il sistema sanitario nazionale è costituito dal pubblico e dal privato ma alla popolazione poco interessa la natura giuridica dell’ente. Alle persone interessa che venga garantita una prestazione, efficace, efficiente e puntuale.

Cosa avete fatto?
Quando l’emergenza ha assunto una dimensione preoccupante, ai primi di marzo, abbiamo scritto una lettera al ministero della Salute ed alla Protezione civile, nella quale abbiamo rappresentato la nostra disponibilità in tutte le regioni, soprattutto, rispetto ai posti letto per acuti e alle terapie intensive. Abbiamo, così, rilevato e fatto constatare che, in quel dato momento, in tutto il Paese i privati avevano circa 1.300 posti di terapia intensiva, quasi il 16% del totale complessivo. Era il 3 marzo, oggi, verosimilmente, i numeri sono cambiati. Ma vanno fatte altre considerazioni che riguardano la programmazione sanitaria nel nostro Paese.

Per esempio?
Si dice che i privati non vogliano le terapie intensive. È un’affermazione che non risponde alla realtà: in alcune regioni sono state fatte delle scelte, nella programmazione sanitaria, ed è stato deciso che le terapie intensive esistenti erano sufficienti ed è stato deciso di non concederne alle strutture private. È stata una decisione di programmazione sanitaria, non siamo stati noi a non volerle. È chiaro che chi fa sanità è interessato ad avere riconosciuta la possibilità di avere le terapie intensive. In molte regioni sono stati comunque accreditati posti letto post operatori per consentire la massima sicurezza ai pazienti e la serenità agli operatori. Ma il ragionamento da fare è un altro.

In che senso?
Deve essere fatta la riflessione sul sistema sanitario in generale soprattutto in prospettiva. È necessario pensare al dopo, a quando avremo superato la fase emergenziale. Non possiamo non dire che in tutti questi anni abbiamo assistito a un definanziamento costante e progressivo della sanità in Italia. Un processo che ha riguardato sia il pubblico che il privato e che trova la sua espressione più chiara nella riduzione dei posti letto. La legge 135/ 2012 e il regolamento attuativo hanno ridotto i posti letto ospedalieri a 2,7 per ogni mille abitanti. Il valore più basso in Europa: la media dei Paesi G7 è 4. Numeri sui quali si è ampiamente discusso in questi mesi e non solo.

Ma come: la nostra, si dice, è una delle migliori sanità al mondo?
L’andamento degli investimenti nel nostro Paese continua a essere in diminuzione e non ha tenuto conto dell’invecchiamento della popolazione, dell’aumento delle patologie croniche, dell’incremento delle terapie farmacologiche innovative e di una domanda di salute in continua crescita. È vero che continuiamo ad avere un sistema che il mondo ci invidia, perché si basa su due presupposti straordinari che sono l’universalismo e il solidarismo, ma questo sistema rischia di diventare il migliore solo teoricamente. È necessario riequilibrarlo rispetto al binomio imprescindibile domanda offerta.

Ed è questa la causa delle difficoltà di oggi in piena emergenza?
Questa non è la sola causa, ovviamente. È chiaro però che nel momento in cui esplode un’emergenza sanitaria di questo tipo e di queste dimensioni, un sistema sanitario come quello italiano, sottostimato dal punto di vista qualitativo e quantitativo, non può che andare in affanno. In questa situazione abbiamo dimostrato di avere un’ottima classe di professionisti sanitari, medici e non medici: sono un patrimonio prezioso per il nostro Paese. Oggi il problema non è la qualità, che c’è e lo sappiamo, ma la quantità.

È un tema caldo, lo era già prima dell’emergenza. Che fare dunque?
Quando saremo definitivamente usciti dalla fase emergenziale e avremo il tempo di fare delle riflessioni, bisognerà pensare a un sistema sanitario che, innanzitutto, non registri tutte queste differenze da regione a regione. Oltre a questo, verosimilmente, sarà necessario procedere ad una riprogrammazione, sotto tanti aspetti, del sistema sanitario nazionale che punti alla valorizzazione della grandissima potenzialità che esiste sia nel pubblico che nel privato.  Nella fase di riprogrammazione, occorrerà ripensare a ogni aspetto compresa la formazione dei medici e la loro specializzazione, anch’essa sottostimata rispetto alle esigenza e reali del Paese.

Che figure mancano oggi?
La carenza degli specialisti è generalizzata ma le figure professionali di cui il sistema avverte maggiormente la carenza sono gli anestesisti, i neonatologi e gli ostetrici.

Lei è stata al vertice dell’Aiop in Sicilia. Qual è la situazione? 
In Sicilia i privati hanno fatto la loro parte: il presidente di Aiop Sicilia ha firmato un protocollo con l’assessore alla Sanità. Ma il tema, anche qui, non è quanto accade oggi ma quello che è accaduto in questi anni in termini di depotenziamento del sistema nel suo complesso, di riduzione di risorse, di professionalità e di posti per acuti e di terapia intensiva. Anche in Sicilia, superata l’emergenza, sarà improcrastinabile che il sistema ritrovi un riequilibrio quantitativo e qualitativo perché le regioni che hanno avuto, in una determinata fase storica e condizione economica, un piano di rientro indispensabile sono condannate a un’offerta quali-quantitativa che, nel tempo, ha avuto e avrà effetti sanitari non virtuosi e costi sociali temo insostenibili.

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