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Georgia a Biden. Trump tenta un blitz sul Michigan e taglia fondi alla Fed

Il Tesoro nega il rinnovo di facilities anti-pandemia della Banca centrale. E il presidente, che il riconteggio conferma sconfitto in Georgia, convoca i leader repubblicani del Michigan

di Marco Valsania

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(Afp)

Il Tesoro nega il rinnovo di facilities anti-pandemia della Banca centrale. E il presidente, che il riconteggio conferma sconfitto in Georgia, convoca i leader repubblicani del Michigan


6' di lettura

Defund the Fed. Donald Trump intensifica le offensive a 360 gradi, contro i percepiti “nemici” economici e politici, in quelli che dovrebbero essere i suoi ultimi due mesi alla Casa Bianca. Adesso la sua amministrazione alza il tiro contro la Federal Reserve: attraverso il Tesoro si è scagliata contro una Banca centrale con la quale ha sempre avuto rapporti spinosi, perché accusata di troppa indipendenza e inadeguato sostegno alla Casa Bianca con le politiche monetarie.

Il Treasury Secretary Steven Mnuchin ha lanciato una manovra che può essere battezzata a tutti gli effetti di “Defund the Fed”: ha deciso di non rinnovare una serie di programmi di aiuti d'emergenza all'economia scossa dalla crisi da coronavirus, autorizzati da Congresso e governo e gestiti dalla Banca centrale. Trump non si è fermato a questo: nel tentativo in extremis di “sovvertire” - titolo del New York Times - il risultato delle elezioni americane ed evitare il passaggio dei poteri al leader democratico Joe Biden, ha scatenato pressioni senza precedenti su funzionari e parlamentari statali. Ha invitato alla Casa Bianca in particolare i leader repubblicani del parlamento del Michigan, nella speranza,, seppure appaia oggi remota, che possano muoversi per annullare il successo di Biden nello stato.

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Mnuchin contro Powell

Lo scontro con la Fed è stato pubblico. Il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha sancito una rottura con la Banca centrale bloccando il rinnovo di programmi in scadenza a fine anno, considerati rassicuranti da mercati e operatori economici e che la Fed avrebbe potuto continuare a utilizzare sotto la nuova presidenza Biden.

Lo scontro tra Tesoro e Fed è stato tale da diventare pubblico, una rarità. Mnuchin ha sostenuto che ormai i programmi straordinari hanno avuto “successo” e sono quindi superati e non più necessari. E ha inviato al chairman della Banca centrale Jerome Powell una lettera per comunicare la decisione di lasciar decadere molteplici facility che richiedono il suo consenso. Il gesto è parso una escalation del cattivo sangue che da sempre corre tra amministrazione Trump e Powell, ancora più dopo che Trump ha visto il Senato incapace di approvare la sua ultima candidata al board della Fed, Judy Shelton, grande critica della Fed e difensore di un ritorno al gold standard considerata dai più inadeguata per la posizione.

Powell risponde

La Fed, in una insolita presa di posizione contro un'amministrazione ancora in carica, ha risposto con un netto dissenso che ha messo in chiaro come a suo giudizio le certezze di Mnuchin sulla “missione compiuta” contro la crisi siano infondate: “La Federal Reserve preferirebbe che l'intero portafoglio di facilities d'emergenza creare durante la pandemia da coronavirus continuassero a servire nell'importante funzione di sostegno alla nostra economia ancora sotto pressione e vulnerabile”.

Powell è preoccupato per un nuovo aggravarsi della crisi sull'onda del coronavirus, davanti a indebolimenti di dati su spesa dei consumatori e occupazione. E i mercati, di sicuro, contano sulla leadership delle Fed per mantenere stabilità in una fase di elevata tensione politica oltre che economica. Se lo slogan delle proteste sociali della passata estate, Defund the Police, era stato criticato da alcuni per il timore che in prospettiva mettesse a rischio l'ordine pubblico, il Defund the Fed potrebbe cosi' presentare un rischio assai più immediato: compromettere la calma di piazze finanziarie e settori economici.

Programmi prolungati e cancellati

Mnuchin, più in dettaglio, ha esteso alcuni programmi di 90 giorni ma ne ha bocciati ben cinque: tra questi il supporto al corporate credit, la Municipal Liquidity Facility per le finanze locali e il Main Street Lending Program. I critici democratici hanno sottolineato come si tratti in massima parte di facility destinate all'economia reale piuttosto che a Wall Street. Il Tesoro ha aggiunto la richiesta di restituzione di 455 miliardi di dollari ad oggi non ancora utilizzati, indicando che il Congresso potrà utilizzarli altrove.

I programmi estesi di tre mesi oltre la fine dell'anno comprendono invece la Commercial Papere Funding Facility, la Primary Dealer Credit Facility, la Money Market Liquidity Facility e il Paycheck Protection Program Liquidity Facility.Congresso nell'impasse su nuovi aiutiIl Congresso, oltretutto, rimane ai ferri corti su qualunque nuovo piano di aiuti economici. I repubblicani si oppongono finora a varare ulteriori significativi soccorsi, fermi a ipotesi di forse 500 miliardi contro proposte democratiche di iniettare oltre duemila miliardi. I fondi adesso in questione fanno parte di 500 miliardi a garanzia di iniziative della Fed e stanziati dal pacchetto di soccorsi anti-crisi varato a marzo dal Congresso, il Cares Act da 2.200 miliardi.

Sconfitta confermata in Georgia, blitz sul Michigan

L'altra offensiva del presidente in carica, ancora più plateale, è stata squisitamente politica. Mentre il riconteggio dei voti in Georgia ha confermato la sua sconfitta di misura (49,5% di consensi per Biden contro il suo 49,3%, un margine che autorizzerebbe a chiedere un altro riconteggio), Trump ha convocato alla Casa Bianca i leader della maggioranza parlamentare repubblicana dello stato del Michigan: l'obiettivo appare fare pressione per ribaltare l'esito delle urne, dove Biden ha vinto di oltre 150.000 voti, chiedendo al Congresso locale di intervenire. Come? Denunciare l'esistenza di brogli (nonostante i ricorsi siano stati bocciati in tribunale), squalificando il voto di contee democratiche, anzitutto quella fortemente afro-americana di Detroit e nominando une delegazione al Collegio elettorale che esprime formalmente il vincitore delle elezioni favorevole a Trump anzichè a Biden. Il Presidente eletto ha reagito alzando il tiro delle critiche contro Trump e il suo ostruzionismo nella transizione, denunciando comportamenti “incredibilmente irresponsabili” per il Paese e la democrazia.

Shirley e Chatfield nello Studio Ovale

Gli invitati eccellenti al tavolo di Trump sono i due leader di Senato e Camera del Michigan, i repubblicani Mike Shirley e Lee Chatfield, attesi alla Casa Bianca entro la serata di venerdì 20 novembre. Avevano finora assicurato che il vincitore del voto popolare avrebbe ricevuto i 16 grandi elettori dello stato. Ma esponenti del team legale di Trump hanno suggerito scenari che vedono il parlamento locale nominare la delegazione al Collegio Elettorale. Questa ipotesi potrebbe emergere se la commissione bipartisan - due democratici e due repubblicani - che abitualmente certifica i risultati non riesce nel compito: la scadenza è lunedì per il Michigan.

La battaglia della contea di Wayne

Le pressioni di Trump per invalidare o comunque alimentare confusione erano già emerse in Michigan, che può adesso diventare banco di prova dell'ultima crociata, da estendere poi in altri stati, per negare una maggioranza del Collegio elettorale a Biden: la vasta contea di Wayne, che comprende la città Detroit, è stata al centro di una surreale battaglia. Gli esponenti repubblicani del board elettorale della contea hanno prima rifiutato di certificare il voto locale, 70% a favore di Biden, poi accettato, infine dopo una telefonata di Trump a uno di loro hanno chiesto di ritirare la loro firma, fatto all'apparenza impossibile nelle procedure. In gioco erano minime discrepanze tra i voti contati e gli elettori presentatisi alle urne, che i repubblicani hanno accettato senza obiezioni in contee bianche e a loro favorevoli ma contestato nelle aree afroamericane. Simili minimi differenze sono comuni nelle elezioni americane e causate da errori amministrativi. Se tutti i voti di Wayne County fossero stati esclusi, sono convinti i suoi collaboratori, Trump avrebbe potuto vincere il Michigan.

Giuliani: colpa di Chavez, Soros e Clinton

Ad oggi Trump ha perso tutti i casi legali, oltre una ventina, che portato in tribunale in diversi stati per contestare il voto. Numerosi avvocati si sono ritirati dalle cause, lasciando una squadra sempre meno agguerrita, almeno sotto il profilo legale, guidata da Rudolph Giuliani. Anche se si auto-proclama un “elite strike force team”. Ieri Giuliani ha tenuto una nuova conferenza stampa per denunciare brogli e cospirazioni, suggerendo tra l’altro proprio di cancellare tutte le schede di Wayne County. Ha ribadito con veemenza di essere convinto che Trump possa ribaltare il risultato in più stati. La sua collaboratrice Sidney Powell ha poi accusato la tecnologia usata per contare i voti in Michigan e altri stati di essere stata approvata dall'ex dittatore del Venezuela Hugo Chavez. Chavez è morto nel 2013. Dominion Voting, la società che produce il software per la tabulazione dei voti, è canadese ed è usata in 24 stati. Giuliani e il suo team hanno infine ipotizzato cospirazioni anti-Trump anche della Clinton Foundation e del miliardario George Soros. Al termine della conferenza stampa quello che è rimasto era soprattutto l'immagine di Giuliani, agitato, con la tinta dei capelli che si scioglieva e gli colava lungo il volto. Evanescente come sempre più sembrano le chance di Trump di ribaltare il voto.


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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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