Attacco ai sauditi

Trump allontana i rischi di guerra nella crisi con l’Iran

Donald Trump smorza i toni della crisi con l'Iran, allontanando i rischi di guerra: se Teheran “sembra sia responsabile” del devastante attacco alle infrastrutture petrolifere dell'Arabia Saudita, il Presidente americano ha aggiunto che “verifiche sono ancora in corso” e che vorrebbe “evitare” un conflitto militare

di Marco Valsania


Perché l’attacco al petrolio saudita ha sconvolto il mercato

2' di lettura

New York - Donald Trump smorza i toni della crisi con l'Iran, allontanando i rischi di guerra: se Teheran “sembra sia responsabile” del devastante attacco alle infrastrutture petrolifere dell'Arabia Saudita, il Presidente americano ha aggiunto che “verifiche sono ancora in corso” e che vorrebbe “evitare” un conflitto militare.
La cautela di Washington si è rispecchiata in quella di Riad: i sauditi hanno indicato che armi iraniane - missili e droni - sarebbero state usate nell'attacco ma non ha chiamato in causa direttamente Teheran. Ha prospettato “risposte ferme all'aggressione” senza alludere a immediate rappresaglie.

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Trump ha precisato che gli Stati Uniti sono pronti alla guerra - anzi pronti in modo “formidabile” - se necessario; ha continuato tuttavia affermando di credere che gli iraniani “vogliano un accordo”. E che, a un certo punto, “i problemi verrano risolti”. Il Presidente ha anche minimizzato i pericoli di traumi significativi e duraturi per il mercato del greggio e per l'economia, nonostante ieri un rincaro record del 15% nei future del Brent, il benchmark globale, e di altrettanto nei future del Wti statunitense, a sua volta l'impennata massima da oltre dieci anni.

Dietro alla prudenza della Casa Bianca c'è anche e forse soprattutto il freno del Pentagono, che negli incontri d'emergenza con Trump nelle ultime ore ha raccomandato risposte misurate alla crisi. Alti funzionari delle forze armate hanno messo in guardia privatamente dallo spettro di escalation che portino a un drammatico scontro aperto con Teheran. Hanno sottolineato che nessuna struttura ne' alcun personale americano sono stati presi di mira e che quindi risposte militari statunitensi non sarebbero dovute e mancherebbero anche di un facile fondamento legale.

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Trump negli ultimi giorni è parso combattuto tra i due istinti contraddittori contenuti nella sua America First, quello della retorica bellicosa e delle azioni aggressive e unilaterali e quello che vuole evitare nuove missioni e nuovo coinvolgimento all'estero. Due istinti che rischiano a volte di tradursi in prese di posizioni confuse in politica estera.

L'intelligence americana fatta filtrare dalla Casa Bianca avrebbe concluso che una ventina di ordigni, tra droni e missili, sarebbero partiti da territorio iraniano o iracheno, dove sono stazionate milizie filo-iraniane. Non invece dallo Yemen, dove i ribelli Houthi a loro volta sostenuti dall'Iran e osteggiati invece violentemente dai sauditi hanno invece rivendicato l'attacco e promesso di effettuarne altri. Espeti indipendenti citati dal New York Times sono parsi tuttavia meno convinti: l'attacco è stato sicuramente complesso e sofisticato, al di là delle tradizionali capacità degli Houthi. Ma le immagini e informazioni finora rilasciate non appaiono loro dimostrare con certezza tipo e provenienza degli ordigni usati.

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