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Trump attacca ancora la Fed: «Non sa quello che sta facendo»

Il presidente paragona la banca centrale a “un bambino testardo che resta fermo sulle sue posizioni e non taglia i tassi”. Il precedente pericoloso di Nixon

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


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3' di lettura

NEW YORK - Donald Trump continua la ridda di attacchi contro la Fed e il governatore Jerome Powell per il taglio dei tassi. Le critiche vanno avanti da un anno. In una serie di tweet al vetriolo Trump è ritornato sull'ultimo meeting della banca centrale, nel quale è stato deciso di mantenere invariato il costo del denaro, con in tassi monetari fermi tra il 2,25 e il 2,5%, lasciando le porte aperte a un futuro taglio dei tassi.

Trump avrebbe voluto subito un taglio. Per questo su Twitter è tornato ad attaccare la Fed che «non sa quello che sta facendo». Ha paragonato la banca centrale a «un bambino testardo che resta fermo sulle sue posizioni» mentre gli Stati Uniti avrebbero bisogno di «tagli dei tassi di interesse e di un allentamento monetario per bilanciare quello che altri paesi stanno facendo contro di noi».

Il presidente sostiene che senza le quattro strette decise da Jay Powell nel 2018 «l'indice Dow Jones avrebbe guadagnato migliaia di punti e il Pil americano sarebbe cresciuto tra il 4% e il 5 per cento».

Nonostante la Fed «siamo in corsa per il miglior mese di giugno della storia americana». «I mercati azionari - ripete in questi giorni come un ritornello - sono ai massimi da 50 anni. Il Dow Jones sta andando verso i massimi da 80 anni. Stiamo facendo bene con i dazi. Miliardi e miliardi di dollari arrivano dalla Cina per le tariffe. Presto lo faremo anche con altri» riferendosi ai futuri negoziati commerciali con Giappone e Unione europea.

In un tweet il 18 giugno, Trump aveva criticato anche il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi reo, a suo dire, di avere deciso più politiche di stimolo per l'area euro di quanto avrebbe dovuto, causando una svalutazione monetaria dell'euro sul dollaro. Le stesse accuse vengono rivolte alla Cina.

La scorsa settimana addirittura Trump ha minacciato di licenziare Powell. Non lo può fare secondo quanto stabilito dal Federal Reserve Act, a garanzia della autonomia dell'istituzione monetaria americana e dei suoi governatori dal potere politico. Lo stesso Powell nell'ultima conferenza stampa lo ha ricordato: “La legge è chiara. Ho un incarico di quattro anni e intendo completarlo”.

In una successiva intervista a Nbc, il presidente americano ha negato di voler depotenziare Powell a membro del board, ma ha precisato: “Ne sarei capace. Ho il diritto di farlo se volessi”. Un disaccordo sulla politica monetaria non è causa sufficiente. Secondo la legge istitutiva della Fed il potere politico può intervenire solo nel caso di “violazioni della legge” o di “negligenza” legata ai doveri di base del governatore della banca centrale. Secondo il 100% degli analisti di Wall Street il primo taglio dei tassi Usa arriverà alla prossima riunione della Fed il 30 e 31 luglio. Considerando le valutazioni dei future sui Fed Funds, i trader prezzano al 40% di probabilità almeno due tagli prima della fine dell'anno.

La politica anti-Fed di Trump tuttavia ha un precedente poco fortunato. All'inizio degli anni '70 Richard Nixon riuscì a vincere con facilità il secondo mandato alla Casa Bianca dopo aver attaccato l'allora presidente della Federal Reserve per mantenere i tassi d'interesse bassi: l'economia americana entrò in un decennio di crisi con l' inflazione a due cifre.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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