CONTRO LA FED

Trump attacca ancora Powell: ci vorrebbe Draghi al suo posto

In una intervista a Fox News il presidente americano è ritornato sulle politiche monetarie della Fed e sul mancato taglio dei tassi. Minacciando addirittura di licenziare il governatore centrale (anche se non è nei suoi poteri...)

di Riccardo Barlaam


Trump contro Fed: tagli i tassi

3' di lettura

«Ci vorrebbe Draghi al suo posto». Le bordate di Donald Trump contro Jerome Powell continuano. In un'intervista alla tv amica Fox News il presidente americano è ritornato sulle politiche monetarie della Federal Reserve e sul mancato taglio dei tassi: «Ho il diritto di licenziare» il governatore della Fed, ha detto il presidente americano, aggiungendo che i tassi non dovevano essere alzati ai livelli attuali e che «gli Stati Uniti dovrebbero avere Mario Draghi invece della persona che abbiamo».
Gli attacchi di Trump sono aumentati in questi giorni con l'inizio della campagna elettorale, alla vigilia del primo dibattito televisivo tra i candidati democratici per la nomination. Gli ultimi sondaggi mostrano l'avanzamento del gradimento di alcuni candidati dem su Trump: oltre a Joe Biden, Elizabeth Warren e Kamala Harris.

Gli attacchi alla Fed e l’endorsement a Draghi
Le esternazioni presidenziali contro la Fed e il suo governatore continuano da quasi un anno, a corrente alternata. L'altro giorno in una serie di tweet al vetriolo Trump era tornato sull'ultimo meeting della banca centrale della scorsa settimana, nella quale è stato deciso di mantenere invariato il costo del denaro, con in tassi monetari fermi tra il 2,25 e il 2,5%, lasciando le porte aperte a un futuro taglio dei tassi che, secondo molti, portrebbe arrivare il 30-31 luglio al prossimo vertice Fed.
Trump avrebbe voluto subito un taglio. Per questo ha scritto: la Fed «non sa quello che sta facendo».

Ha paragonato la banca centrale a «un bambino testardo», cocciuto che «resta fermo sulle sue posizioni» e si è ostinato ad alzare i tassi di interesse (4 volte nel 2018), mentre gli Stati Uniti avrebbero bisogno di «tagli dei tassi di interesse e di un allentamento monetario, per bilanciare quello che altri paesi stanno facendo contro di noi». In un tweet del 18 giugno Trump aveva criticato anche Mario Draghi. Il presidente della Banca centrale europea reo, secondo lui, di avere fatto bene il suo mestiere: per aver deciso politiche di stimolo per l'area euro più di quanto avrebbe dovuto e di svalutare la moneta europea a scapito del dollaro. Ora addirittura è arrivato a lanciare un endorsement a Draghi, il numero uno della Bce che si prepara a terminare il suo incarico a ottobre, per sminuire ulteriormente il governatore della banca centrale americana, che pure Trump ha nominato al posto di Janet Yellen.

Dove finisce il potere di Trump
Trump, nonostante le minacce, non ha il potere di licenziare il governatore della Fed per i dissensi sulla politica monetaria. Secondo il Federal Reserve Act il presidente americano può intervenire solo in caso di colpe gravi, legate a violazioni della legge o al mancato rispetto dei doveri di stato del governatore centrale. Jay Powell proprio ieri parlando al Council for Foreign Relations, davanti alla comunità finanziaria, ha ribadito che «la Fed è indipendente» e che il suo operato non è condizionato dalla politica: «Siamo umani, possiamo commettere errori, spero non spesso, ma non faremo errori sulla nostra integrità». Il governatore ha anche ricordato che il suo «incarico dura quattro anni» e che intende portarlo a termine. Nel suo intervento, durato una decina di minuti, il governatore ha confermato il buono stato di salute dell'economia americana. Ma preoccupano «lo sviluppo delle trattative commerciali e il rallentamento dell'economia mondiale». Due motivi di incertezza definiti «correnti contrarie» per le quali, ha ripetuto più volte, che la Fed è pronta ad agire «con tutti gli strumenti necessari». Lasciando dunque la porta aperta al prossimo taglio dei tassi monetari.

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