l’annuncio con un tweet

Trump caccia il segretario di Stato Tillerson. Al suo posto il capo della Cia Pompeo

di An.Man.

Rex Tillerson (a sinistra) e il successore Mike Pompeo

4' di lettura

Stavolta il presidente Donald Trump lo fa davvero: caccia il segretario di Stato, cioè la guida della diplomazia americana, il texano Rex Tillerson per anni ai vertici di Exxon Mobil scelto un anno fa proprio per la lunga esperienza come boss del colosso petrolifero quindi protagonista e conoscitore delle dinamiche geopolitiche.

La notizia circola da mesi, Tillerson l’aveva smentita, Trump ha lasciato perdere a gennaio quando la cosa sembrava fatta. Probabile che il suo entourage gli avesse chiesto di rimandare e lui ha acconsentito.

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Adesso i tempi sono maturi, la decisione è stata presa una settimana fa, scrive il Washington Post: via Tillerson che comunque pare lo abbia saputo dal tweet qui in alto postato da Trump prima delle 8 di mattina, ora di Washington; al suo posto il capo della Cia, l’italoamericano Mike Pompeo che almeno per quanto riguarda l’accordo con l’Iran sul nucleare ha posizioni ben più dure di Tillerson. Le divergenze sull’Iran sono uno dei motivi «del licenziamento» addotti da Trump. Il «licenziato» ripeteva che era necessario tenere in piedi l’accordo raggiunto da Obama con il 5+1 nell’estate 2015. Trump non la pensava così ma altre questioni non secondarie hanno allontanato i due: Gerusalemme capitale d’Israele e il dialogo con la Nord Corea.

In questo anno a capo della diplomazia, Tillerson ha poi smentito più volte la vulgata d’essere stato scelto perché «amico di Putin». Solo ieri, ultimo giorno di lavoro, si è schierato con la premier britannica Theresa May e la Gran Bretagna e contro la Russia per l’omicidio dell’ex spia russa Sergei Skripral. L’ultima sfida al presidente, scrive il Washington Post, perché la sostituzione era stata già decisa.

Il rapporto fra Trump e Tillerson era teso da mesi, forse non è mai stato buono, probabilmente è peggiorato a luglio, quando il segretario di Stato si è lasciato sfuggire in un incontro al Pentagono con altri ministri che il presidente degli Stati Uniti era un «fucking moron» (un fottuto idiota), circostanza smentita ma rimasta nelle cronache di questo turbolento primo anno di The Donald alla Casa Bianca.

In ottobre Tillerson in visita a Pechino era stato platealmente sconfessato con un tweet: mentre ammetteva di aver aperto un dialogo con la Nord Corea, Trump twittava «Risparmia energie, Rex: faremo quello che deve essere fatto» così vanificando l’opera di mediazione che ci si aspetta da un capo della diplomazia.

Tillerson è l’ultimo di un incredibile elenco di nomi pesanti che hanno lasciato prematuramente la Casa Bianca, svariati i motivi. Mike Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale, lascia per il coinvolgimento nel Russiagate dopo meno di un mese. A James Comey, capo dell’Fbi che pure ha favorito l’elezione di Trump scagliandosi contro Hillary Clinton negli ultimi giorni di campagna elettorale 2016, è stato dato il benservito a maggio perché troppo aggressivo sul Russiagate. Steve Bannon, lo stratega della campagna cacciato ad agosto, una grande intesa finita a insulti e indiscrezioni nel libro «Fire and Fury». Il capo della comunicazione Anthony Scaramucci, durato meno di un sogno di una notte di mezza estate (precisamente dal 21 al 31 luglio). Scaramaucci aveva preso il posto di Sean Spicer, stesso ruolo alla Casa Bianca ma per soli sei mesi.

Sempre in piena estate, lo stesso giorno di Spicer, lascia anche Reince Priebus, repubblicano ortodosso e capo dello staff della Casa Bianca, al suo posto l’ex generale dei marine John F. Kelly che mette subito un po’ di ordine e come prima cosa fa cacciare Scaramucci. Anche Kelly, si mormora ultimamente, sarebbe in pericolo ma l’ex generale della guerra del Golfo deciso nega.

L’area comunicazione è in generale il reparto più a rischio. A fine febbraio si dimette la bella Hope Hicks, trentenne White House communications director - ruolo e ufficio che dopo Spicer e Scaramucci sembrava avessero trovato pace. L’ex modella Hicks è rimasta coinvolta nelle accuse rivolte a un altro uomo del presidente Rob Porter, staff secretary costretto al lasciare perché dava botte alla moglie (Porter è stato difeso da Hicks e Kelly).

Le ultime sostituzioni sono comunque più traumatiche degli addii show estivi. Pochi giorni fa, è andato via il banchiere e consigliere economico Gary Cohn, unico rimasto nell’amministrazione a opporsi alle politiche protezioniste care al presidente.

Dopo le dimissioni di Tillerson, la nuova squadra di Trump è ora composta da Mike Pompeo, neosegretario di Stato finora molto meno conciliante del predecessore con gli ayatollah e un responsabile della politica commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro, autore di un libro che è un programma «Morire di Cina».

Il presidente Trump sembra comuque molto contento delle sue scelte, e ha rivendicato la nomina di Gina Haspel, una donna - la prima donna - a capo della Cia, forse persino lui non ignora #MeToo, Time’s Up e le campagne pro parità. La Haspel però non ha esattamente il curriculum dell’eroina che piace alle femministe: una vita dentro la Cia, una dura ma con una macchia, nel 2002 era lei la responsabile di una prigione segreta dell’agenzia in Thailandia, dove i sospetti membri di Al Qaeda furono sottoposti a torture e interrogatori con metodi non autorizzati fra cui il famigerato waterboarding.

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