brent al record

Trump chiama e i sauditi rispondono. Ma il petrolio vola a 85 dollari

di Sissi Bellomo

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(Afp)


3' di lettura

Trump chiama, l’Arabia Saudita risponde. Riad continua a fare di tutto per soddisfare la richiesta di più petrolio per sostituire le forniture dell’Iran, ma il mercato non riesce a fidarsi. Il Brent – sostenuto dall’estrema (e crescente) esposizione rialzista dei fondi – ha continuato a correre anche ieri, fino ad aggiornare il record da quattro anni, vicino a 85 $/barile. Il Wti ha superato 75 dollari.

Nelle stesse ore il principe saudita Mohammed Bin Salman stava rientrando in patria dopo una visita all’emiro del Kuwait, lo sceicco Sabah Al Ahmed, in cui secondo indiscrezioni avrebbe negoziato il riavvio a breve dei giacimenti nella Neutral Zone: un’area condivisa dai due Paesi, che con una capacità di 500mila barili al giorno sarebbe preziosa per soddisfare la fame di greggio che si profila a causa delle sanzioni Usa contro l’Iran.

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Sul viaggio di Mohammed Bin Salman sono emerse informazioni scarne, ma si sa che era accompagnato dal suo ministro dell’Energia, Khalid Al Falih, e secondo l’agenzia ufficiale saudita Spa tra i temi dei colloqui c’era la «convergenza delle politiche petrolifere» dei due Paesi.

I pozzi offshore di Khafji erano stati fermati a ottobre 2014 con una decisione unilaterale di Riad, ufficialmente per motivi ambientali, mentre quelli su terra ferma di Wafra (in cui ha un interesse anche Chevron) non funzionano più da maggio 2015, a causa di difficoltà operative.

Donald Trump nei giorni scorsi non si è limitato a intimare all’Opec di abbassare i prezzi del petrolio – prima con l’ennesimo tweet, poi dal palco delle Nazioni Unite– ma secondo un copione già collaudato si è mosso anche lontano dai riflettori, rivolgendosi al produttore “di fiducia”, l’Arabia Saudita. Sabato il presidente ha telefonato al re Salman in persona, per discutere, sempre secondo l’agenzia Spa, degli sforzi congiunti per manternere i mercati petroliferi ben riforniti. E Riad cerca di non deludere.

Le relazioni tra l’Arabia Saudita e il Kuwait, che ha rifiutato di seguire Riad nel boicottaggio del Qatar, non sono idilliache. Ma recuperare i giacimenti nella Neutral Zone serve più che mai a entrambi i Paesi e più in generale al mercato. Da circa un mese il Kuwait – per la prima volta dai tempi dell’invasione irachena, nei primi anni ’90 – non esporta più nemmeno un barile di greggio negli Usa, riferisce la Bloomberg, ipotizzando che dipenda dalla fortissima domanda asiatica.

La coalizione Opec-non Opec a giugno si era impegnata a restituire al mercato un milione di bg, ma finora non è andata oltre 500-600mila bg. Molti analisti (e investitori, a giudicare dalle scommesse rialziste degli hedge fund) ritengono che le promesse siano impossibili da mantenere.

In particolare ci sono dubbi sulla capacità di riserva sbandierata dai sauditi: Riad sostiene di poter salire dagli attuali 10,5 mbg fino a 12 mbg, ma il timore è che non riesca a farlo abbastanza in fretta, o comunque in modo duraturo, senza rovinare i giacimenti. Se i sauditi aprissero al massimo i rubinetti, il mercato sarebbe anche nella pericolosa situazione di non poter reagire ad altre eventuali emergenze.

Il riavvio della Neutral Zone consentirebbe di ottenere in modo relativamente semplice e rapido – probabilmente già all’inizio del 2019 – un ulteriore “cuscinetto” di 500mila bg, sia pure diviso tra sauditi e kuwaitiani.

Alcuni passi avanti sono già stati fatti. Un paio di settimane fa, a margine della riunione Opec/non Opec di Algeri, il ministro del Petrolio del Kuwait Bakheet Al Rashidi aveva affermato di essere al lavoro con i sauditi per «risolvere alcune questioni tecniche relative all’ambiente», con la speranza di riprendere la produzione «nel giro di 3-6 mesi». E a luglio la società giapponese Toyo Engineering aveva ottenuto il rinnovo di un contratto di servizio per Khafji con decorrenza 2019.

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