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Trump chiede aiuto ad Apple per le reti 5G

Il presidente americano durante la visita agli stabilimenti in Texas si è detto pronto a esentare la società americana da tutti i dazi della trade war. Il ruolo di Tim Cook, il pontiere a metà strada tra Cina e Stati Uniti<br/>

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


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(AFP)

6' di lettura

NEW YORK - Tim Cook, il ceo di Apple, in questi 20 mesi tormentati di trade war con la Cina è riuscito a coltivare un rapporto personale con Donald Trump. Ci gioca a golf. Ha cenato nel suo resort un paio di volte. Sente di frequente Ivanka, una delle voci più ascoltate nel suo doppio ruolo di figlia e consigliere senior della Casa Bianca.

I Mac Pro “made in Texas”
Cook ha appena avuto la sua consacrazione con Trump. Il presidente ha visitato i gli stabilimenti del subcontractor Flextronics dove Apple assembla i nuovi Mac Pro, ad Austin, in Texas, la nuova Silicon Valley americana. Frutto degli sforzi della casa della mela morsicata per produrre di più negli States seguendo le indicazioni presidenziali. Nella stessa città Apple realizzerà un campus da quasi 28mila metri quadrati, un miliardo di dollari di investimenti, che a regime dovrebbe dare lavoro a 15mila persone. La Casa Bianca spera che oltre ai computer qui possano essere assemblati presto anche i primi iPhone «made in Usa», senza dazi.

Trump chiede aiuto per le reti 5G
Trump si è spinto oltre e ha chiesto al ceo di Apple di aiutarlo a sviluppare le infrastrutture telecom del paese per il 5G: «Abbiamo tutto quello che occorre. I soldi, la tecnologia, la visione e Cook» ha twittato il presidente. Apple al momento non ha nessun investimento nelle reti 5G. Sta studiando il primo iPhone 5G che dovrebbe presentare nel 2020. L'azienda non ha commentato la proposta del presidente. Alcuni addetti ai lavori a Wall Street ci scherzano sopra: «Avremo un 5G di design».

I principali player del 5G
Le reti 5G più veloci dalle 50 alle 100 volte rispetto al network attuale a 4G sono un'infrastruttura decisiva per il digitale e l'industria nel futuro futuro. I principali operatori sono i cinesi di Huawei e Zte, la svedese Ericsson e la finlandese Nokia Oyj. Tra le aziende americane i player principali sono Qualcomm e Cisco. Anche la coreana Samsung produce apparati di rete per il 5G.

Il boicottaggio di Huawei
Huawei è il primo produttore mondiale di apparecchiature di rete per tlc. Quest'anno si stima perderà 10 miliardi di ricavi a causa del boicottaggio americano, ma continua a macinare risultati positivi, meglio degli ultimi due anni, in linea con gli obiettivi di budget. A maggio Trump ha vietato alle agenzie governative di avere relazioni commerciali con Huawei e ha inserito il colosso cinese e 70 società affiliate in una black list che impedisce alle aziende americane le forniture di componenti.

Il colosso delle tlc continua a correre
La Casa Bianca con un'azione diplomatica portata avanti dal Dipartimento di stato e dallo stesso presidente Trump nei mesi scorsi ha cercato di convincere i paesi alleati a evitare gli acquisti di apparecchiature Huawei per le reti 5G. Senza grande successo. Il mese scorso Huawei ha annunciato di avere firmato nel 2019 più di 60 contratti di fornitura per il 5G, il doppio dello scorso anno, con almeno 400mila dispositivi per le nuove reti super veloci già consegnati. Più della metà dei contratti 5G di Huawei sono in Europa.

L’accordo per la “Phase one” si allontana
Fonti della Casa Bianca ed esperti di questioni commerciali prevedono che la firma dell'accordo sulla cosiddetta “Phase one” della pace tra Stati Uniti e Cina annunciata il 12 ottobre da Trump in pompa magna slitterà al nuovo anno. I mercati finanziari in queste ore registrano con un repentino calo degli indici la tensione che è tornata ai livelli massimi per l'incertezza legata ai rapporti tra le due prime potenze globali. Se l'accordo sulla “Phase one” non verrà raggiunto a metà dicembre scatteranno i nuovi dazi americani del 15% su 160 miliardi di prodotti cinesi, l'ultima tranche rimasta fuori dalle barriere tariffarie Usa, che colpiranno, tra gli altri prodotti, smartphone e computer portatili.

Apple esentata dai dazi Usa
Trump ha già detto che Apple sarà esentata dai nuovi dazi del 15%. Inoltre l'amministrazione americana sta considerando la possibilità di eliminare i dazi che colpiscono già alcuni prodotti Apple come gli AirPods, l'Apple Watch e alcune componenti degli iPhone entrati in vigore il primo settembre su 110 miliardi di prodotti importati dalla Cina. «Quando tu produci negli Stati Uniti – ha detto Trump parlando con i reporter nello stabilimento di Austin – non devi preoccuparti delle tariffe». Rispondendo a una domanda di un giornalista il presidente ha spiegato che Apple sarà interamente esentata dai dazi in ragione del fatto che aziende sue concorrenti come la coreana Samsung, grazie ai dazi cinesi, sono avvantaggiate rispetto ad Apple negli Stati Uniti. «Avevo detto all'inizio del mio mandato che un giorno sarei venuto a visitare uno stabilimento di Apple, ma negli Stati Uniti e non in Cina. Questo è avvenuto. E fa parte dell'American Dream», ha concluso.

Cina ancora centrale per Apple
In realtà però, nonostante le parole del presidente e i suoi auspici, Apple continua a produrre la maggior parte dei suoi device elettronici fuori dagli Stati Uniti, ed ha ancora importanti partner manifatturieri in Cina. Cook ha mostrato a Trump lo “chassis” color argento di un nuovo Mac Pro con la scritta «Assembled in the USA». «Questo è quello che noi vogliamo», ha commentato il presidente americano. La casa della mela morsicata in una nota enfatizza la presenza manifatturiera negli Stati Uniti, che conta 9mila fornitori in tutti i 50 stati, con un contributo stimato alla crescita dell'economia nazionale di 350 miliardi di dollari di ricavi e 30 miliardi di spesa capitale nel 2023.

I ceo delle big tech nella “Harvard cinese”
Cina e Stati Uniti sono in guerra per il dominio tecnologico tra dazi e controdazi. Ma i legami tra i ricercatori e le aziende dei due paesi sono più profondi delle dispute politiche. I ceo delle big tech Usa come Mark Zuckerberg, Satya Nadella di Microsoft ed Elon Musk siedono nell'advisory board della business school della Tsinghua University, la “Harvard cinese”. Tim Cook è stato appena nominato presidente delle scuola. La Tsinghua University è una delle istituzioni accademiche più prestigiose di tutta la Cina, dove ha studiato anche il presidente Xi Jinping. Sono stati nel board anche Jack Ma di Alibaba e il vice premier Liu He, capo negoziatore cinese nella disputa con gli Usa. Le relazioni tra le due superpotenze con l'amministrazione Trump e la sua guerra commerciale sono entrate in un periodo tormentato e l’ateneo cinese è un ponte importante nelle relazioni tra gli executive dei due paesi.

Cook tra l'America di Trump e la Cina
Per Apple la Cina significa molto in termini di capacità produttiva, ma rappresenta anche un importante mercato di sbocco. Nell'ultimo trimestre ha registrato ricavi dalla Grande Cina per 9,1 miliardi di dollari, pari al 17% del totale dei ricavi globali. Questo spiega perché Apple ha ritirato di recente dall'App Store una app usata dai manifestanti pro democrazia di Hong Kong per monitorare sulle mappe in tempo reale la posizione della polizia. La realtà dunque parla di un tentativo di tenere insieme due realtà importanti per Apple, un difficile equilibrio al tempo della trade war.

Il Congresso sui manifestanti di Hong Kong
Nuova benzina sul fuoco nelle tormentate relazioni Usa-Cina arriva dalle due leggi appena approvate da Camera e Senato americane a favore dei manifestanti pro-democrazia di Hong Kong. I due provvedimenti passano ora a una commissione bilaterale di Senato e Camera dove verranno trasformati in un'unica legge. Trump avrà 10 giorni di tempo per firmarla o per porre il veto. Fonti della Casa Bianca hanno già fatto sapere che il presidente intende firmare il provvedimento. La Cina minaccia pesanti ritorsioni.

Report annuale sullo stato della democrazia
L’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, questo il nome della legge, autorizza il governo americano a produrre un report annuale per valutare il rispetto dell'autonomia della città-stato da parte di Pechino. La legge prevede anche sanzioni per chi viola le libertà garantite dalla mini-costituzione di Hong Kong. Più di 1.200 aziende americane hanno relazioni economiche con Hong Kong e oltre 800 corporation hanno sedi regionali o uffici nell'ex colonia britannica per il suo sistema legale trasparente e il suo orientamento al mercato libero.

Pechino pronta alle ritorsioni
La Cina condanna l'interferenza americana nei suoi affari interni e ha fatto sapere che se la legge pro manifestanti verrà firmata da Trump ci saranno contromisure pesanti. «La Cina si oppone con forza a queste misure, e gli Stati Uniti dovranno sopportare tutte le conseguenze» avverte una nota del ministero degli Esteri. In questo quadro, secondo il Wsj, il governo cinese avrebbe invitato i negoziatori americani a un nuovo round di colloqui a Pechino, ma la notizia non è stata confermata. La pace commerciale Usa-Cina si allontana.

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