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Trump colpisce la Cina con dazi del 10% su 300 miliardi di import

Il presidente americano, all'indomani della conclusione con un nulla di fatto dell'ultimo round negoziale con Pechino, ha annunciato che dal primo settembre altri 300 miliardi di dollari di importazioni dalla potenza asiatica saranno soggetti a un “balzello” del 10 per cento

di Marco Valsania


Cina, sale surplus commerciale con Usa

3' di lettura

NEW YORK - Donald Trump schiocca la frusta di nuovi, diffusi dazi contro la Cina, scuotendo i nervi di operatori economici e di Borsa preoccupati per il crescente impatto del conflitto commerciale su una espansione globale già debole.

Il presidente americano, all'indomani della conclusione con un nulla di fatto dell'ultimo round negoziale con Pechino, ha annunciato che dal primo settembre altri 300 miliardi di dollari di importazioni dalla potenza asiatica saranno soggetti a un “balzello” del 10 per cento. Una decisione che, sommata alle misure già prese, imporrà una sovrattassa sull'intero ammontare del Made in China in arrivo negli Stati Uniti.

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La nuova offensiva dovrebbe colpire un ventaglio senza precedenti di prodotti: ad oggi nel mirino di Washington erano finiti 250 miliardi di import anzitutto di beni industriali e componentistica; adesso il raggio d'azione si allarga a moltissimi beni di largo consumo, dall'abbigliamento ai giocattoli, dall'elettronica agli smartphone.

Un giro di vite da shock per Wall Street. Gli indici azionari hanno battuto in frenetica ritirata - con un'oscillazione di oltre 500 punti nel Dow Jones, che poi ha chiuso in calo di oltre 280 punti. La Borsa era in realtà partita ieri in rialzo, rincuorata dal taglio dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve e dopo aver meglio analizzato le parole del chairman della Banca centrale Jerome Powell, che nonostante la cautela ha mantenuto aperta la possibilità di ulteriori allentamenti di politica monetaria anche proprio in risposta al pericolo di contagio per l'economia da parte delle tensioni commerciali.

Ma l'ottimismo non ha retto ai colpi della mossa dell'amministrazione. Dow, S&P 500 e Nasdaq verso fine seduta perdevano tutti attorno allo 0,9 per cento. Sotto pressione anche altre piazze: nelle commodities il petrolio ha ceduto fino all’8 per cento. Mentre la caccia a beni rifugio ha premiato i titoli decennali del Tesoro Usa, con rendimenti scesi ai minimi dell'anno.

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Il nervosismo era già nell'aria nel mondo del business: i nodi dell'interscambio, i traumi alle catene di fornitori, sono stati denunciati da oltre un terzo delle imprese che hanno riportato i bilanci del secondo trimestre. Resta ora da verificare se la Casa Bianca intenda usare la sferzata quale sforzo estremo per aumentare la pressione al fine di raggiungere un accordo con Pechino, oppure se sia disposta a continue e drammatiche escalation di uno scontro che costa caro anche agli Stati Uniti, oltre che all'economia della Cina e alla stabilita' globale. Soprattutto quando sotto attacco finiscono beni di largo consumo. I dazi, oltretutto, sono pagati direttamente dalle imprese importatrici, quindi da societa' americane o da controllate americane di imprese internazionali.

Trump ha precisato di non aver rotto le trattative, il cui prossimo appuntamento è previsto a Washington il mese prossimo in concomitanza con gli annunciati dazi: ha detto di restare interessato a «un'intesa complessiva». Ha twittato che «i negoziati continuano e nel mentre gli Stati Uniti cominceranno, dal primo settembre, a imporre un piccolo dazio addizionale del 10% sui restanti prodotti in arrivo dalla Cina verso il nostro Paese».

Trump ha tuttavia accusato Pechino di non aver mantenuto le promesse di riprendere acquisti di beni agricoli americani; e di non aver rispettato l'impegno a bloccare vendite di Fentanyl, un oppioide sintetico legato a epidemie di decessi negli Stati Uniti. E il suo consigliere commerciale Peter Navarro ha ribadito che «i dazi sono una buona cosa, rastrellano entrate e spingono la Cina a negoziare».

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