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Trump, il Congresso avrà accesso a dichiarazioni dei redditi e conti

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


Trump attacca de Blasio, sua candidatura una barzelletta

3' di lettura

Doppio schiaffo a Donald Trump. Il Congresso potrà avere accesso alle dichiarazioni dei redditi e ai conti correnti del presidente. Il giudice di New York Edgardo Ramos ha respinto l’istanza del presidente, dei suoi tre figli e della sua fondazione, la Trump Organization, per impedire a Deutsche Bank e Capital One di fornire i documenti richiesti da due Commissioni della Camera che indagano sulle attività finanziarie della famiglia Trump e sui fondi utilizzati per pagare la campagna elettorale che sarebbero dietro al Russiagate.

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Poche ore prima il parlamento dello Stato di New York ha approvato una legge che autorizza il rilascio delle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump al Congresso. Il provvedimento, che dovrà essere firmato dal governatore democratico Andrew Cuomo, non nomina esplicitamente il presidente ma consente ai capi di tre commissioni di Capitol Hill di avere accesso ai «tax return» di qualsiasi dirigente eletto e di qualsiasi alto dirigente nominato. I repubblicani erano contrari alla legge bollata come un attacco politicamente motivato alla privacy. Finora Trump si è sempre rifiutato di rendere pubbliche le sue dichiarazioni al fisco, come hanno sempre fatto prima di lui tutti i candidati alla presidenza.

Tra i democratici e Trump è scontro totale. Mercoledì 23 maggio il presidente si è arrabbiato e ha annullato all’ultimo minuto un incontro alla Casa Bianca con i leader dell’opposizione Nancy Pelosi e Chuck Schumer che avrebbe dovuto varare il maxi piano bipartisan di infrastrutture da 2.200 miliardi di dollari.
La base democratica da giorni preme per avviare inchieste contro il presidente, accusato di aver censurato il Rapporto Mueller sul Russiagate e di non voler rendere note le sue dichiarazioni dei redditi. Si comincia a parlare di procedura di impeachment. E Trump ha fatto saltare l’incontro. In una conferenza stampa improvvisata dal Giardino delle rose della Casa Bianca Trump ha detto che è «il presidente più trasparente della storia» e che non collaborerà con i democratici «finché non metteranno fine a queste indagini false». Il presidente «doveva scappare» quando sarebbe arrivato il momento di dire come intendeva finanziare il piano, ha osservato Schumer. «Prego per il presidente e per gli Stati Uniti», ha detto amareggiata Pelosi, terza carica dello Stato.

Trump ha poi attaccato di nuovo i leader dem su Twitter, ammonendo che «non si può indagare e legiferare simultaneamente, non si può percorrere due strade nello stesso tempo». Pelosi, di solito moderata, ha reagito con parole molto dure: «Il fatto è che questo presidente sta ostruendo la giustizia ed è impegnato in un insabbiamento, e questo potrebbe essere un reato da impeachment». Sul fronte della guerra commerciale con la Cina, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin vuole fissare al più presto una data per riprendere le discussioni con la Cina sulla base del lavoro portato avanti per mesi dalle due delegazioni, tra Washington e Pechino. Il segnale distensivo arriva all’indomani delle dichiarazioni del presidente Xi Jinping che, dopo l’alzata di scudi di Trump su dazi e Huawei, non vede la fine della «trade war» nel breve termine e si è detto pronto ad affrontare una «nuova Lunga marcia» contro il «nemico» americano.
Mnuchin ricorda che l’amministrazione sta studiando la prossima tranche di dazi al 25% sugli ultimi 300 miliardi di dollari di export cinese rimasti fuori dalle barriere tariffarie Usa, tra cui ci sono le scarpe sportive, i giocattoli e l’elettronica di consumo. Le Nike e gli iPhone. Non a caso, in un’insolita alleanza, Nike e Adidas hanno inviato una lettera alla Casa Bianca per avvertire dei pericoli di una scelta che farebbe aumentare i costi sui consumatori finali oltre a deprimere i ricavi. «Ci vorranno non meno di 30-45 giorni prima di prendere una decisione», secondo Mnuchin che ha detto di aver parlato con Brett Biggs, il vice presidente esecutivo di Walmart per capire come i dazi possano impattare sui consumi.

La posizione di Walmart, primo gruppo mondiale nel retail, è nota: i dazi più alti sui prodotti cinesi faranno aumentare i prezzi. La pensano allo stesso modo le aziende Usa di prodotti di largo consumo che hanno scritto una lettera per avvisare l’amministrazione sul fatto che i dazi alla Cina peseranno anche sui loro risultati. Un altro segnale di allarme arriva dall'American Chamber of Commerce of China che ha effettuato un sondaggio tra i 250 imprenditori e manager associati sulle conseguenze della guerra commerciale: il 40,7% degli intervistati sta prendendo seriamente in considerazione la possibilità di spostare gli stabilimenti fuori dalla Cina, in altri paesi asiatici, al riparo del fuoco incrociato della guerra delle tariffe. I dazi hanno avuto un impatto sulla competitività per tre-quarti degli intervistati. E un terzo di loro ha rimandato o annullato le decisioni di investimento.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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