nuovo scontro con i media

Trump contro intelligence, media, immigrati e Parigi

di Marco Valsania

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (La Presse)

3' di lettura

New York - Donald Trump ha deciso di ignorare anche la propria “intelligence” quando ostacola la sua politica e di disertare la cena annuale con i corrispondenti dalla Casa Bianca. Il presidente americano ha cestinato un rapporto che aveva lui stesso commissionato all’ufficio di analisi del Dipartimento di Homeland Security, il ministero responsabile della gestione dell’immigrazione, perché le conclusioni smentiscono le ragioni del suo ordine esecutivo contro i rifugiati e i cittadini di sette paesi islamici. Un ordine bocciato nella versione originale dai tribunali per sospetta incostituzionalità, ma che Trump intende ripresentare forse in settimana. Ma non è questo l’unico fronte del Presidente. L’ultima mossa è ancora una volta contro i media: dopo l’esclusione da un incontro off-the-record dei giornalisti di CNN e NYTimes, sabato ha annunciato con un tweet che non parteciperà alla cena annuale con i corrispondenti dalla Casa Bianca.

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Tutta l’intelligence è finita sotto accusa in una escalation delle offensive di Trump contro quello che definisce come «l’establishment». Al convegno conservatore CPac ha aggredito l’Fbi per la fuga di notizie ai suoi danni, ultime sulle pressioni della Casa Bianca perché gli agenti difendessero l’Amministrazione dai sospetti di rapporti indiscreti con la Russia. E ha attaccato i mass media, apostrofati come “nemici del popolo” e “pericolosi”, prima che il suo portavoce Sean Spicer escludesse il New York Times, la Cnn e altri organi d’informazione dal suo briefing informale venerdì pomeriggio. Una mossa che ha scenato denunce sulla violazione della libertà di stampa: il direttore del Washington Post Martin Baron, che sotto la testata scrive ormai scrive «La democrazie muore nell’oscurità», ha parlato di «deriva anti-democratica» dell’Amministrazione.

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Ma la grande rottura con i servizi segreti, messa nero su bianco dall’Office of Intelligence and Analysis del Dipartimento, mostra come la Casa Bianca resti ai ferri corti con lo stesso apparato professionale del governo che dovrebbe guidare e molti dei suoi alti funzionari. Mai un’Amministrazione entrante è stata scossa da polemiche e faide interne tanto violente da mettere in dubbio la sua abilità di governare.

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I funzionari di carriera della Homeland Security hanno rilevato che il Paese di origine «è improbabile sia un indicatore attendibile di rischi di terrorismo», suggerendo quindi che l’ordine presidenziale è inutile o dannoso. La risposta di Trump e dei suoi stretti collaboratori: si tratta di un documento politicamente motivato, superficiale e di bassa qualità che ignora i rischi. Bisogna, insomma, riscriverlo perché non ha la serietà richiesta dalla Casa Bianca.

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Il documento, riportato dal Wall Street Journal, ha sottolineato che negli ultimi sei anni le persone che hanno aderito partecipato ad atti di terrorismo sono arrivate da ben 26 paesi diversi. E soltanto due dei sette paesi nella lista nera islamica figurano tra i principali luoghi d’origine dei terroristi, Iraq e Somalia. In tutto 82 individui sono periti in azioni terroristiche negli Usa oppure sono stati condannati per atti simili, ma più della metà sono originari degli Stati Uniti.

Lo scontro è oggi particolarmente significativo perché esplode su un tema cruciale per l’agenda della Casa Bianca per la Casa Bianca ha promesso un nuovo ordine esecutivo sul divieto ai rifugiati e all’ingresso di cittadini di Iran, Iraq, Siria, Libia, Somalia, Yemen e Sudan. E la messa a punto di una nuova versione della misura si era già rivelata difficile prima dell’emergere dell’obiezione dell’intelligence del ministero, slittando a oggi di due settimane.

Trump ha anche preso di mira i clandestini e gli immigrati in generale, negli Stati Uniti e in Europa: dopo aver criticato l’accoglienza dei tedeschi ai migranti come un disastro, ha negli ultimi giorni denunciato l’aumento del crimine in Svezia attribuendolo ai rifugiati. E dichiarato che «Parigi non è più Parigi», citando il suo amico “Jim” - nessun cognome nonostante il disprezza professato per le fonti anonime della stampa - che ha smesso di visitarla da anni per la paura. Una dichiarazione che ha suscitato l’immediata replica del sindaco Anne Hidalgo che ha rivendicato lo «spirito di apertura» della città e del presidente François Hollande, che ieri ha chiesto a Trump di non speculare sulle tragedie del terrorismo.

Altre piccole e grandi tragedie sono in agguato, dietro le polemiche, in America: in Kansas mercoledì sera, presso un bar, un giovane ingegnere di origine indiana è stato ucciso e un suo collega ferito da un uomo armato che ha gridato loro di tornare al loro Paese prima di aprire il fuoco. Il loro Paese erano gli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump ha anche qui opposto un rifiuto, il rifiuto di qualunque responsabilità per la retorica incendiaria contro lo straniero.

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