La battaglia

Trump contro Twitter: ma senza i social avrebbe vinto lo stesso?

Il presidente Usa deve molto del suo successo ai social network e conta oltre 80 milioni di follower su Twitter e quasi 30 milioni di seguaci su Facebook

di Biagio Simonetta

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(AFP)

Il presidente Usa deve molto del suo successo ai social network e conta oltre 80 milioni di follower su Twitter e quasi 30 milioni di seguaci su Facebook


3' di lettura

Nessuno tocchi il soldato Donald Trump! È un po' questo il messaggio filtrato dalla Casa Bianca nelle scorse ore, dopo che Twitter ha deciso – per la prima volta – di bollare due cinguettii del tycoon come sospetti, da verificare. Un particolare che ha fatto infuriare lo stesso Trump, pronto a tutto. Anche a firmare un decreto che metterebbe a rischio la vita stessa dei social network. Perché per Trump questa storia è solo un modo per cercare di influenzare il voto delle prossime presidenziali. E siccome la posta in palio è veramente altissima, non è escluso che le conseguenze possano essere veramente feroci. Lo scopriremo nelle prossime ore.

Perché è esplosa la guerra

Ma cosa è successo fra Trump e Twitter? Tutto risale a qualche giorno fa, quando ben due tweet del presidente americano sul voto per corrispondenza vengono contrassegnati da Twitter con un punto esclamativo. Una segnalazione vera e propria dovuta al fatto che, come ha spiegato un portavoce di Twitter al New York Times, quei tweet «contengono informazioni potenzialmente fuorvianti sulle modalità di voto e sono state etichettate per fornire ulteriore contesto». Apriti cielo! Trump non ha perso tempo per attaccare Twitter, e ne è venuta fuori una discussione ai limiti del contraddittorio sul ruolo dei social network. In queste ore si è aggiunto il commento di Jack Dorsey, ceo di Twitter, che con un tweet ha ribadito che il social network «continuerà a segnalare informazioni errate o contestate sulle elezioni a livello globale».

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Il successo sui social

Il Presidente degli Stati Uniti deve grossa parte del suo successo proprio ai social. A Twitter e Facebook in particolare, che durante la campagna elettorale per le Presidenziali del 2016, lo hanno visto primeggiare nei confronti dell'avversaria Hillary Clinton.
Mentre la maggior parte dei sondaggi davano la Clinton in testa, Trump sfoderava tutta la sua potenza di fuoco sui social, ottenendo interazioni tre o quattro volte più alte rispetto a quelle ottenute dalla candidata democratica. Ma furono in pochi a rendersene conto. Trump è stato l'esempio globale più evidente di come i social network possano influenzare le elezioni politiche (in Italia è successo con il MoVimento 5 Stelle e con la Lega di Salvini). Quella contro la Clinton è stata più che altro la vittoria dei suoi spin doctor, gli strateghi che hanno riversato sui social una campagna elettorale fatta di toni accesi e messaggi spesso discutibili. In molti si sono chiesti, e si chiedono ancora, se senza i social network Trump avrebbe vinto quelle elezioni. Oggi il tycoon può contare su oltre 80 milioni di follower su Twitter e quasi 30 milioni di seguaci su Facebook. Numeri clamorosi, che in vista delle prossime elezioni presidenziali sono una bomba a orologeria. E anche per questo il tycoon è preoccupato dalle “etichette” di Twitter, perché è consapevole che i suoi messaggi più efficaci vanno spesso al di là dei fatti. E un eventuale freno alla condivisione dei contenuti, potrebbe essere un bel problema.

Storia di una relazione tossica

Quella fra Trump e Twitter è la storia di una relazione tossica. Negli anni, in molti hanno chiesto al social network di Jack Dorsey di impegnarsi maggiormente per controllare la veridicità dei tweet del presidente statunitense. Anche perché la potenza di un tweet del tycoon è incontrollabile, e ne sanno qualcosa i trader. Spesso è bastato un cinguettio per invertire in un attimo l'andamento di Wall Street. E poi c'è un'inchiesta del Whashington Post, secondo la quale Trump è un po' un mentitore seriale, e durante il suo mandato pare abbia cinguettato oltre 18mila messaggi falsi. Il tutto senza che Twitter muovesse un dito. Anzi, quando nel 2018 prese corpo nell'ennesima polemica sui tweet di Trump, la società di San Francisco intervenne in modo perentorio con una nota ufficiale datata 5 gennaio 2018, dal titolo “World Leaders on Twitter”.

Una nota in cui Twitter fece capire che l'account del presidente statunitense non sarebbe mai stato bloccato: «Twitter è qui per servire e aiutare il progredire della conversazione pubblica globale. I leader mondiali eletti svolgono un ruolo cruciale all'interno di quella conversazione. Per questo bloccare un leader mondiale da Twitter o rimuoverne i tweet controversi nasconderebbe informazioni importanti che le persone dovrebbero essere in grado di vedere e dibattere». Ora il vento sembra cambiato, e Trump non ci sta. La partita è aperta.

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