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Trump a Tulsa, delude il primo comizio per la corsa bis alla Casa Bianca

Il presidente attacca le proteste per la giustizia sociale e razziale, accusandole di “distruggere la nostra storia”. E il virus cinese diventa “Kung Flu”

di Marco Valsania

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(REUTERS)

Il presidente attacca le proteste per la giustizia sociale e razziale, accusandole di “distruggere la nostra storia”. E il virus cinese diventa “Kung Flu”


5' di lettura

New York – Un rally, ma dimezzato. La campagna di Donald Trump aveva vantato di aver ricevuto richieste per un milione di biglietti, ma a conti fatti 990.000 fan sono rimasti a casa. Al più, nella grande arena di Tulsa in Oklahoma con 19.000 posti a sedere, ne erano occupati diecimila. Un comizio all'esterno per attese folle in eccesso è stato cancellato senza tante cerimonie.

Il promesso rilancio della campagna presidenziale di Donald Trump è partito ieri notte dimostrandosi una strada in salita, da qui alle urne di novembre. Con il Presidente, nell'era della pandemia, della crisi economica e delle proteste contro il razzismo, per ora incapace di catturare facilmente quei bagni di folla che lo avevano proiettato al successo a sorpresa nel 2016.

“I media spaventano i miei sostenitori”

Il Presidente ha iniettato il suo tradizionale pathos nella sua arringa, a caccia di nemici ai quali attribuire le difficoltà e da combattere per fare grande l'America. I suoi portavoce, nel caso della deludente partecipazione al rally, hanno inveito contro mass media e manifestanti radicali, che avrebbero spaventato la gente con il rischio di contrarre di coronavirus. Ma solo contenute proteste hanno avuto luogo prima e durante il comizio e senza incidenti. Nelle ore precedenti l'evento, piuttosto, ben sei funzionari della campagna che avevano prearato il rally sono risultati positivi al virus e sono stati isolati, facendo scattare tra i collaboratori di Trump una frenetica corsa a trovare tutti coloro conni quali erano stati in contatto. In quelle medesime ore i nuovi casi quotidiani nel Paese hanno nuovamente superato i 30mila, il massimo da quasi due mesi, con impennate dalla Florida al Texas e, appunto, all'Oklahoma. Al comizio, nonostante questo, chi s è presentato quasi mai indossava mascherine e le file di sedie semivuote non hanno alleggerito una ressa senza cura per alcun social distancing, facendo temere agli esperti di salute pubblica futuri focolai d'infezione.

“La sinistra vuole distruggere la nostra storia”

La parole di Trump, facendo buon viso a cattivo gioco, hanno fatto leva su temi che considera i suoi punti di forza, in un discorso fatto di duri slogan anche se apparso a tratti sconclusionato e che non ha fatto sforzi per raggiungere una audience al di là della sua base conservatrice più fedele. Nessun riferimento così a George Floyd, l'afroamericano ucciso barbaramente dalla polizia che ha innescato il recente movimento per i diritti civili, nonostante il rally fosse a Tulsa, città teatro di storici massacri razzisti nel 1921 che ancora oggi vengono ricordati. Ha invece attaccato i “radicali di sinistra” che innescano violenze e a suo avviso oggi distruggono le città americane.

“La folle sinistra delle squadracce sta cercando di devastare la nostra storia, di dissacrare i nostri monumenti, i nostri bellissimi monumenti, di radere al suolo le nostre statue e punire, cancellare e perseguitare chiunque non si adegui alle loro domande di assoluto e totale controllo”, ha tuonato riferendosi alle mobilitazioni per rimuovere simboli del razzismo e della schiavitù che si sono affiancate alle richieste di giustizia sociale e di riforma della polizia. Persino il Pentagono sta oggi riconsiderando i nomi di basi militari dedicate a generali confederati. Trump ha poi definito il partito repubblicano come l'alfiere della libertà ma soprattutto di legge e ordine.

Con Biden al governo i vandali

Trump ha incalzato dipingendo l'opposizione democratica come al servizio di gruppuscoli estremisti. “Se andranno al potere, comanderanno i vandali e nessuno sarà al sicuro. Joe Biden non è il leader del suo partito. Joe Biden è una marionetta della sinistra radicale”. Ha dipinto un futuro distopico sotto governi progressisti dove una donna viene assalita in casa da un “tough hombre”, velato riferimento a immigrati latinoamericani, e prova a chiamare aiuto, il numero d'emergenza 911, ma nessuno più risponde.

La “Kung flu”

Parlando della sfida del coronavirus, lo ha ancora una volta apostrofato come il “virus cinese” e vi ha poi aggiunto per buona misura un'altra battuta denunciata da molti come ispirata a sterotipi razzisti. Ha definito la malattia “Kung flu”, la Kung-influenza. Ha continuato evitando qualunque autocritica e rivendicando di aver fatto un “lavoro fenomenale” nella lotta alla pandemia. Ancora una volta ha affermato che sono i media a non ringraziarlo per aver salvato “centinaia di migliaia di vite”, in seguito divenute “milioni”. Tanto che ora, ha aggiunto, è il momento di riaprire il paese e tornare al lavoro. Trump ha anche ammesso apertamente e senza problemi di aver istruito “i suoi di frenare sui test”, perché trovare troppi casi è dannoso all'immagine nazionale. Fuori dall'arena, come contrappunto, ha intanto girato per tutta la giornata un furgone battezzato “L'orologio della morte di Donald Trump” che ricorda le critiche ad una riposta considerata dai suoi detrattori del tutto inadeguata e negazionista: la cifra sulla fiancata del veicolo, 71.000, punta a calcolare le vittime che avrebbero potuto essere salvate da interventi più tempestivi.

In Oklahoma vantava 36 punti di vantaggio

Nel discorso Trump si è tuttavia spesso perso anche in divagazioni. All'inizio per un quarto d'ora ha spiegato immagini recenti che lo vedevano scendere a fatica da una rampa a West Point sostenendo che è stata tutta colpa delle sue suole di cuoio, non di problemi di equilibrio. Difficile che questo basti a galvanizzare elettori anche in territori considerati favorevoli. Trump nel 2016 vinse l'Oklahoma con 36 punti di vantaggio, ma questo è rimasto per ora un ricordo, inadeguato a dare nuova energia alla sua campagna nazionale da Tulsa. La strada dei rally per Trump appare piuttosto una corsa a ostacoli, con nuovi test del suo carisma populista rinviato al prossimo tentativo.

Lo scontro con il procuratore di New York

Non aiutano la sua immagine nuove polemiche esplose sulle caotiche decisioni dell'amministrazione che sollevano sospetti di vendette e tentativi di proteggere il Presidente, i suoi collaboratori e i suoi alleati. Trump ha licenziato il procuratore federale di Manhattan, Geoffrey Berman, un repubblicano che stava guidando inchieste su uomini del Presidente quali Rudolph Giuliani, come su vicende che lo vedono coinvolto direttamente quale la banca statale turca Halkbank, accusata di avere violato sanzioni all'Iran. Trump aveva promesso al leader di Ankara Recep Tayyip Erdogan di far assolvere la banca, ha appena rivelato il libro di memorie dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, anche cacciando proprio il procuratore di New York.

Ma la rimozione adesso non rischia di diventare un boomerang: Berman aveva inizialmente rifiutato di dimettersi davanti ad una richiesta arrivata dal ministro della Giustizia Willian Barr, scatenando uno scontro pubblico. Barr a quel punto à stato costretto a annunciare che il licenziamento era su ordine del Presidente, che ha il potere di rimuovere tutti i procuratori. E che Berman sarebbe stato sostituito a interim dalla sua vice Audrey Strauss, invece che da un altro magistrato esterno inizialmente desiderato da Barr. A quel punto Berman ha fatto sapere che avrebbe lasciato rivendicando però di fatto una vittoria: ha affermato che con Strauss la procura e le sue inchieste restano in ottime mani. Trump e Barr vogliono eventualmente nominare alla posizione un uomo a loro vicino, il chairman della Sec Jay Clayton, ma un simile potrebbe tardare e richiede l'approvazione del Senato.

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