l’analisi

Trump e immigrati, il caos in nome delle promesse elettorali

di Mario Platero

(AFP)

4' di lettura

NEW YORK - Una fidanzata perduta? Un matrimonio sospeso? Un genitore o un figlio, malati terminali che non si riuscira' piu' a vedere? Sul piano emotivo le storie individuali di ieri, legate al rifiuto di un visto portano grande tristezza. Su quello razionale ci accorgiamo che Donald Trump non comprende quanto sia fondamentale la continuita' degli impegni sottoscritti dalla Nazione americana. Glielo ha ricordato la Signora Anne Donnelly, giudice federale della Corte Distrettuale di Brooklyn che ieri sera con procedura d'urgenza ha bloccato l'ordine di Trump.

Il giudice ha messo a nudo la leggerezza fattuale con cui Donald Trump e' riuscito finora a cavarsela in un contesto sia politico che mediatico. E ha sottolineato un punto chiave: le persone arrestate, fermate rispedite a casa o bloccate alla partenza dalle autorita' americane, erano gia' state controllate, autorizzate, approvate per un visto di soggiorno da quelle stesse autorita'. A questo si aggiunga l'incongruenza pratica dell'ordine.

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C'era forse un'emergenza per firmare l'ordine esecutivo che ha portato all'arresto? C'era stato un attacco terroristico? C'erano avvertimenti dell'intelligence per un pericolo in arrivo dal Sudan, dalla Libia, dallo Yemen, dall'Iraq, dalla Siria, dall'Iran, dalla Somalia i paesi discriminati dagli Stati Uniti d'America? Nulla di tutto questo, c'era solo una promessa elettorale costruita sulla base di una legge del 1952 che dava ai Presidenti americani poteri per sospendere l'ingresso in America per “intere classi di stranieri se un qualunque Presidente avesse concluso che certe classi di nazionalita' potevano portare pericoli per la Nazione”. Quella legge, considerata inaccettabile e discriminatoria, fu ripudiata nel 1965.

Eppure Trump continua a menzionare l'Act del 1952 per giustificare il suo ordine esecutivo. Un ordine fuori dal tempo e fuori dalla tradizione americana per come la conosciamo dai Padri Fondatori in avanti. E difatti, proprio ispirato dai valori alla radice di questo paese, nel 1965 fu Lyndon Johnson a introdurre la nuova legge, ratificata dal Congresso, ancora valida, che impedisce “di essere discriminati per l'emissione di un visto per ragioni di sesso, nazionalita', luogo di nascita o di residenza”. Una legge passata soprattutto per non danneggiare un cittadino americano che voleva invitare parenti a visitarlo per qualunque ragione.

Non e' la prima volta che ci accorgiamo della leggerezza con la quale Donald Trump tratta vicende su cui l'America non puo' decidere in modo unilaterale. C'e' stata ad esempio la questione delle sanzioni contro la Russia. Si era addirittura sparsa la voce che Trump potesse revocarle nella chiamata di ieri con Vladimir Putin. Poi non e' successo. E' stata la provvidenziale visita del Primo Ministro Britannico Theresa May ad aver raddrizzato la situazione. In pieno controllo della situazione, la May ha rintuzzato ogni velleita' presunta o reale di Donald Trump ricordandogli che per qualunque decisione su Ucraina e sanzioni contro la Russia occorre fare riferimento agli accordi di Minsk. Ci sono accordi. Ci sono impegni. E una firma non basta per ignorarli. La May con il suo tono determinato e con i suoi precisi riferimenti informati sembrava una classica Nanny britannica che riprendeva con severita' un discolo a rischio di andare fuori controllo.

Un altro esempio riguarda la Nato, un Trattato firmato dagli Stati Uniti d'America. In questo caso i riferimenti leggeri di Trump sul fatto che il Patto Atlantico fosse obsoleto andavano persino contro la Costituzione americana che, all'Articolo Sei, punto primo, recita che “ogni impegno sottoscritto dagli Stati Uniti persino prima della scrittura della Costituzione sara' rispettato...”. Un impegno di continuita' che nessun Presidente ha mai ignorato.
Questa brutta decisione sull'”immigrazione” ieri ha bloccato visti, permessi di soggiorno, accoglienza di quasi 60.000 rifugiati siriani gia' controllati e approvati. Ha persino bloccato chi ha la Carta Verde (!) il mitico documento di “residenza permanente” anticamera della cittadinanza. E capita alla fine della prima settimana della Presidenza Trump, una settimana di straordinari attivismo e intensita', come ci ha ricordato un documento di sei pagine distribuito ieri dalla Casa Bianca. “15 azioni presidenziali per rispettare le promesse elettorali, 11 conversazioni con leader stranieri per pormuovere la politica estera americana, tre incontri con il Congresso...”.

Ma il documento e' stato distributito quando ancora non c'era il caos negli aeroporti, fra le linee aree in arrivo dai paesi arabi, teoricamente “corresponsabili” di violazioni sui visti. Non c'era la discriminazione economica contro i dipendenti di multinazionali americane come Google o cento altre che non possono incontrare i loro dipendenti o contro chi ha affari importanti in essere negli Stati Uniti. Ne', fra le storie tristi di ieri, era ancora stato arrestato all'aeroporto Hameed Khalid Darweesh, un iracheno, un traduttore delle truppe al fronte, a cui era stato concesso un visto per i servizi eroici resi all'America. Non avevamo visto la grinta e le lacrime del deputato democratico Nydia Velasquez che ha contribuito in serata per la liberazione di Darweesh. Poi l'intervento del giudice: la Signora Donnelly, oltre a bloccare l'ordine ha ricordato a Trump che prima di una promessa elettorale viene la dignita' degli Stati Uniti d'America.

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