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Trump e l’America: una convivenza contrastata

di Sergio Fabbrini

(Reuters)

5' di lettura

A un anno (quasi) dalla sua elezione, la personalità politica del presidente americano Donald Trump continua ad essere un “oggetto politicamente non identificato”. O almeno questo sembra essere l’esito delle discussioni che si sono tenute nei giorni scorsi a San Francisco in occasione del convegno annuale della American Political Science Association.

Sul piano personale, il presidente americano ha caratteristiche che non hanno precedenti nella lunga esperienza presidenziale del Paese. Non ha un’esperienza politica alle spalle, non ha un partito a sostenerlo, non ha un comportamento istituzionale in sintonia con l’ethos della presidenza. Dopo un anno dalla sua elezione, non è stato in grado di istituire un’amministrazione presidenziale dotata di una sua stabilità. Se le presidenze vivono generalmente una luna di miele nei loro primi mesi, la presidenza Trump è stata contrassegnata da una permanente crisi di nervi, con continui licenziamenti di suoi membri come mai era successo. Non avendo, il presidente, principii politici, la battaglia per influenzarlo è sanguinosa. Per ora, in quella battaglia, si sono affermati i leader dei settori chiave degli apparati militari e di sicurezza, al punto che si parla di un loro tutoraggio nei confronti del presidente.

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Seppure emarginati, però, gli ideologi del suprematismo bianco e del nazionalismo americano appaiono tutt’altro che fuori gioco. E comunque, pur non avendo principii, il presidente Trump ha dimostrato di avere forti istinti politici. Non si era mai visto, nel lungo secondo Dopoguerra, un presidente americano legittimare l’azione di gruppi nazisti e razzisti (come il Ku Klux Klan), come è avvenuto durante gli scontri di Charlottesville di qualche settimana fa. Eppure, nonostante tutte le sue inconcludenze e contraddizioni, Trump non ha perso il sostegno di quella parte (seppure minoritaria) dell’elettorato che l’aveva votato un anno fa. Come mai?

Se è la personalità di Trump è fortemente contradditoria, lo stesso non può dirsi per la sua politica.

Trump va preso seriamente, ma non letteralmente. Secondo alcuni studiosi, infatti, Trump ha dato voce ad un popolo che si è sentito deprivato di un ruolo sociale prima ancora che di un reddito sicuro. In questo senso la sua politica è chiaramente populista.

A San Francisco si è ricorso di più alle categorie della sociologia politica, piuttosto che a quelle dell’economia politica, per spiegare il successo elettorale di Trump e la persistenza del sostegno nei suoi confronti.

È stato il sociologo francese Emile Durkheim (1858-1917) piuttosto che l’economista inglese John Maynard Keynes (1883-1946) ad essere con più frequenza citato. Per il primo, infatti, gli individui o i gruppi si mobilitano per ottenere un riconoscimento sociale prima ancora che un sostegno economico, come riteneva il secondo. In questa prospettiva, il populismo è alimentato dal senso di non-riconoscimento sociale che alcuni individui e gruppi sociali avvertono, oltre che dalla insoddisfazione per le loro condizioni materiali.

Ecco, Trump ha dato voce a chi si è sentito deprivato di un ruolo sociale, per via dei processi di globalizzazione, di sviluppo tecnologico, di mobilitazione cognitiva. Si tratta di individui e gruppi della classe operaia, bianchi, maschi e collegati generalmente ad attività industriali a bassa qualificazione. La loro reazione ai cambiamenti è irrazionale ma comprensibile. Dovendo trovare una capro espiatorio, se la prendano con le minoranze (e soprattutto con i migranti economici) che ritengono siano state privilegiate nella distribuzione delle risorse pubbliche o delle opportunità occupazionali. E quindi con le élite politiche democratiche che le hanno difese. La rabbia di chi ha avuto qualcosa e ritiene di averla persa è sempre più intensa di quella di chi non ha qualcosa e brama per ottenerla.

Se Trump è il termometro che ha registrato la febbre, la sua terapia, il nazionalismo economico, non è stata però accettata come lui si aspettava. Tant’è che in un anno di presidenza, Trump ha incontrato difficoltà a realizzare le sue promesse nazionaliste. Ha dovuto mettere la sordina alle sue minacce protezioniste nei confronti della Cina e dell’Europa. Del muro da costruire alla frontiera con il Messico non ne parla più, specialmente ora che occorre individuare risorse federali per aiutare il Texas a ricostruirsi dopo le devastazioni dei giorni scorsi. Risorse che aumenteranno ulteriormente per aiutare la Florida. Lo stesso tentativo di smantellare la riforma sanitaria di Obama è finito (per ora) nel cassetto. La proposta di riformare il sistema fiscale, abbassando radicalmente le aliquote più alte (ma di gran lunga inferiori a quelle europee), sta incontrando enormi resistenze in Congresso, non solo da parte dei democratici. Infatti, ciò spingerebbe a tagliare programmi sociali i cui costi elettorali nessuno rappresentante o senatore vuole pagare.

È possibile dire che il populismo è un formidabile movimento quando si tratta di criticare il potere, ma è generalmente un fallimento quando si tratta di esercitare quest’ultimo. Così avviene negli Stati Uniti come in altri Paesi governati dai populisti. E negli uni come negli altri, la via d’uscita al fallimento consiste nel richiamo all’uomo forte, imperterrito cavaliere che combatte per neutralizzare i complotti dei grandi poteri che vogliono ostacolarne l’azione. Se è indefinibile il pensiero politico di Trump, evidente è però il suo autoritarismo. La combinazione di populismo e autoritarismo è così la risposta alla incapacità di governare la crisi sociale.

Ma qui è risiede una cruciale differenza tra gli Stati Uniti di Trump e gli altri casi di populismi autoritari al potere (come la Turchia di Erdogan o l’Ungheria di Orban). Nei primi, contrariamente ai secondi, c’è un sistema istituzionale robusto, oltre che una vitale società civile. Sin dall’inizio del suo mandato, infatti, Trump ha dovuto fare i conti con l’indipendenza del giudiziario, oltre che con la sua complessa articolazione negli stati. Sono state le corti di alcuni stati a fermare il decreto presidenziale che bandiva i cittadini di alcuni paesi a maggioranza mussulmana dall’entrare negli Stati Uniti. Obbligando quindi la presidenza a rivedere quel decreto per potere passare lo scrutinio della corte suprema (cosa che è avvenuta solo in parte).

Il procuratore speciale Robert Mueller continua le sue investigazioni sul “Russiagate”, nonostante le minacce presidenziali, ma con il sostegno del Congresso. Quest’ultimo è tutt’altro che al servizio del presidente. La grande stampa americana sembra addirittura conoscere una rinnovata giovinezza, con indagini investigative sui rapporti tra la Trump Corporation e finanziatori russi di incerta legalità, indagini che potrebbero portare ad una vera e propria crisi costituzionale. Sarebbe impensabile per Trump cercare di chiudere una università importante come invece sono impegnati a fare sia Erdogan che Orban nei loro paesi.

Insomma, se è vero che Trump ha portato alla Casa Bianca la rabbia populista, è anche vero che le istituzioni di governo stanno vincolando efficacemente quest’ultima. Certamente quella rabbia va affrontata alle sue radici, trovando risposte alla crisi di integrazione sociale indotta dalla permanente rivoluzione tecnologica. Ma se questa è la grande sfida che i riformatori debbono affrontare, essa non potrà essere affrontata con successo se le istituzioni di governo non sono in grado di garantire la democrazia in fasi di drammatico cambiamento sociale.

Negli Stati Uniti, la separazione dei poteri, almeno finora, è riuscita a rendere difficile il mal-governo di Trump. Un risultato non da poco che consente a James Madison (1751-1836), il grande architetto di quella separazione, di continuare a dormire sonni tranquilli.

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