il libro di Michael Wolff

Trump e la metafora dell’assedio permanente

«Anche quando le cose si mettono male vanno alla grande». Così sembra che abbia rivelato Donald Trump al suo avvocato Ty Cobb. Questa frase riportata nel nuovo libro di Michael Wolff, dal titolo “Assedio. Fuoco su Trump”, ne riassume l'impatto mediatico- politico

di Giovanni Vallebona


default onloading pic

2' di lettura

«Anche quando le cose si mettono male vanno alla grande». Così sembra che abbia rivelato Donald Trump al suo avvocato Ty Cobb. Questa frase riportata nel nuovo libro di Michael Wolff, dal titolo “Assedio. Fuoco su Trump”, ne riassume l'impatto mediatico- politico previsto dal proprio agire comunicativo.
La metafora dell’assedio è mirata, da parte del giornalista americano, a descrivere il clima che si respira nei pressi della Casa Bianca sin dalle elezioni del 2016. I due estremi che caratterizzano questa condizione permanente nell’intento trumpiano, così come nella struttura di potere che ha in lui il punto archimedeo, sono l’azione del presidente e la reazione dell’opinione pubblica: la simultaneità di questi movimenti permette al presidente Usa di calamitare l’attenzione dei mass-media. Il suo operato sembra perennemente esposto a una sola apparente condizione di precarietà, la quale viene progressivamente superata. Mentre le situazioni difficili vengono a tramutarsi in vantaggiose. Con l’approssimarsi delle elezioni la tattica di Trump deve conformarsi alla propria strategia, le elettorali del 2020 sono infatti la chiave per il mantenimento del proprio primato.

Il principale avversario sembra essere Jo Biden. Le due figure hanno temperamenti del tutto antitetici: Biden vuole imporsi con un linguaggio misurato e una diplomazia orientata all’egalitarismo come valore fondante della costituzione americana. Trump, dal canto suo, si mostra come il latore di una forza d’urto che cerca gli ostacoli per poterli abbattere e superare, con una risolutezza attraverso la quale si rispecchi la legittimità del suo potere.

Secondo i sondaggi di fine aprile Biden sarebbe stato in vantaggio di otto punti su Trump , aumentando a inizio giugno fino a tredici punti.
Ma essere dato per perdente già in partenza per Trump non è una novità. Molti sorrisero quando il 18 giugno 2015 annunciò ufficialmente la sua candidatura alla presidenza Usa. Nel corso di un’intervista per la ABC news Trump ha sostenuto che se un paese straniero, Russia o Cina, gli offrisse aiuto in campagna elettorale contro il proprio avversario, lo accetterebbe. Nell’occasione si sono riaccese le polemiche in merito alla possibile ingerenza russa di poco più di due anni e mezzo fa. Come sostiene Wolf «in un'atmosfera che promuove e spesso esige l’iperbole il tono stesso è diventato un elemento chiave dell’accuratezza».

In questo contesto la dichiarazione suona come una provocazione. La risposta di Biden non si è fatta attendere: «Donald Trump sta dando ancora una volta il benvenuto alle interferenze nelle nostre elezioni. È un pericolo per la sicurezza nazionale».

Con un susseguirsi di schermaglie e polemiche tattiche, Trump sembra voler concentrare su di sé la maggior attenzione possibile. Provocazione e polemica sono nella politica trumpiana nella stessa relazione che sussiste per il comportamentismo tra stimolo e risposta. Il risultato di questo binomio deve avere come effetto l'apertura di un dibattito vinto da chi meglio riesce a imporsi dal punto di vista mediatico. Questo meccanismo cardine della strategia trumpiana è stato usato con lucidità dal presidente così come dal suo entourage. Questo, come analizzato con dovizia da Wolff nel suo libro-inchiesta, ha riposto la propria forza, fino a questo momento, nella capacità di aumentare la propria popolarità servendosi di simili eventi come strumenti propagandistici che accrescano la sua presa mediatica.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...