analisiLO SCENARIO

Trump e il protezionismo, fabbriche contro

di Paolo Bricco

3' di lettura

Il protezionismo è stato il fantasma evocato da Trump nella campagna elettorale per conquistare i cuori della working class del Midwest e dei ceti medi impoveriti della East e della West Coast. Adesso è la realtà con cui devono fare i conti gli imprenditori e i lavoratori italiani e europei. La nostra Vespa e l’acqua minerale francese Perrier sono fra i prodotti contenuti nella lista in mano allo Us Trade Representative. È la coda di una disputa del 1988, sulla carne, con l’allora Comunità Economica Europea. Con Trump alla Casa Bianca questa vecchia storia assume una luce diversa. Il neopresidente deciderà che cosa – e quando - colpire. La pistola è però carica. L’Italia – insieme all’Europa – rischia di essere un vaso di terracotta in mezzo ai vasi di ferro. Trump è un fattore di destabilizzazione degli equilibri del capitalismo internazionale: nei commerci e nelle manifatture, nei flussi di export e nella composizione delle Global Value Chains. Il nostro sistema economico esporta e ha fabbriche negli Stati Uniti. Partecipa con il suo valore aggiunto alle catene del valore americane. Fca satura gli impianti italiani con le auto da esportare: produce a Melfi le Jeep Renegade. Tutto questo è, adesso, sottoposto alla variante del neoprotezionismo. L’export italiano negli Stati Uniti vale due punti e mezzo del nostro Pil. Gli Stati Uniti, per una economia come la nostra storicamente concentrata con il suo export in Europa, rappresentano una prospettiva strategica. Gli Stati Uniti – dove la frontiera tecnologica è spinta sempre più avanti dalle università e dalle imprese, dall’esercito e dalla finanza – costituiscono un polmone tecno-industriale da cui attingere innovazione: secondo un working paper della Bce elaborato da Rita Cappariello, Alberto Felettigh e João Amador, il 3% del valore aggiunto contenuto nell’export dell’area euro ha matrice americana; nel caso italiano il valore aggiunto assorbito dagli Stati Uniti, “digerito” dalle nostre imprese e iniettato nel nostro export vale un punto e mezzo. Ci è andata bene per trent’anni. Adesso questo contesto, modellato dal Washington Consensus e dalla globalizzazione ideologica e reale, potrebbe mutare non poco. I sistemi industriali sono però rigidi. I buoni sistemi industriali sono basati sugli investimenti di medio e di lungo periodo. Il commercio estero ha nelle sue strutture portanti la regolazione e gli standard, le specializzazioni produttive e gli equilibri di politica monetaria. Trump avrà non poche difficoltà a rendere lettera viva il suo protezionismo. In ogni caso sta provando ruvidamente a imporre di nuovo la prevalenza della politica sulla economia. Lo fa in una società americana che, secondo lo U.S. Bureau of Labor Statistics, ha perso dal 2001 sei milioni di posti di lavoro manifatturieri, il 33 per cento. Lo fa in un Paese dove le fabbriche sono state strizzate come limoni: per Roland Berger, dal 2000 sono aumentati i profitti (il rapporto fra Ebit e valore aggiunto è salito dal 20% al 30%), ma è diminuita la rotazione degli asset (il rapporto fra valore aggiunto e capitale investito è sceso da 1,1 a 0,8). E quando le fabbriche sono spremute come limoni, i lavoratori soffrono. Ritengono di avere già pagato il conto. E votano Trump. Adesso, il conto è stato spedito altrove. Per esempio in Italia a Pontedera, alla Piaggio, e in Francia a Vergèze, alla Perrier. Ci è andata bene per trent’anni. Ora procediamo in terra incognita.

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