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Trump alla Fed: taglio dei tassi e ritorno al Quantitative easing

di Marco Valsania

L'ira di Trump sulla Fed, ora vuole silurare Powell


2' di lettura

NEW YORK - Donald Trump chiede alla Federal Reserve non solo drastici tagli dei tassi di interesse ma adesso anche un esplicito ritorno al Quantitative easing, ai grandi programmi straordinari di acquisto di bond e asset finanziari per stimolare l'economia tenuti a battesimo durante la crisi del 2008. Il Presidente ha aperto un nuovo round del suo match ormai pugilistico con la Fed, che accusa con la sua cautela di ostacolare la marcia dell'espansione. E lo ha fatto nonostante il mercato del lavoro, con il recupero di marzo, abbia allontanato spettri di imminenti rovesci economici.

Parlando ai giornalisti, il Presidente ha fatto notizia anzitutto con il suo inedito appello a nuove, straordinarie politiche espansive. «In termini di Quantitative tightening, dovrebbe assolutamente esserci ora un Quantitative easing». La Fed ha in realtà già dichiarato uno stop alle strette sui tassi e anche alla riduzione del suo portafoglio di asset accumulato proprio durante il Qe post-crisi per aiutare la ripresa. La riduzione negli asset verrà rallentata da maggio e si fermerà del tutto a settembre, lasciando in portafoglio forse 3.500 miliardi di dollari di bond, molto più che in passato. Ma a Trump tutto questo adesso non basta. Ha rilanciato anche la richiesta di un taglio dei tassi già avanzata nei giorni scorsi e immaginata di mezzo punto percentuale. «Credo che debbano abbassare i tassi. Ci hanno davvero frenato - ha detto riferendosi all’economia -. Non c’è inflazione» ha aggiunto. E ha promesso che in presenza di una nuova manovra di Qe vedremmo un’economia americana che vola «come un razzo».

Non solo. La Casa Bianca, attraverso il consigliere economico del Presidente Larry Kudlow, ha anche ribadito l’intenzione di cambiar volto - o meglio volti - alla Banca centrale con l’intenzione malcelata di addomesticarla. Kudlow ha difeso la decisione di Trump di nominare due candidati al board della Fed che hanno sollevato critiche e preoccupazioni per la loro forte caratterizzazione politica piuttosto che economica. Stephen Moore, lobbista ed ex leader del Club for Growth, e Herman Cain, ex Tea Party ed ex candidato alle primarie presidenziali americane nel 2012 dopo una carriera nel fast food. Li ha definiti entrambi «persone molto capaci».

I critici temono però che i due, se si insedieranno, saranno capaci anzitutto di fedeltà alla Casa Bianca, uno sforzo cioè di premere sulla Banca centrale perché adotti le priorità dell’amministrazione in un clima, oltretutto, presto pre-elettorale. Moore e Cain erano stati in realtà contrari al Qe e ai tagli dei tassi durante la crisi quando presidente era il democratico Barack Obama. Adesso sono favorevoli a politiche ultraccomodanti della crescita sotto Trump. Tra le loro opinioni più estreme c’è inoltre un ritorno al Gold Standard. Kudlow ha sostenuto senza mezzi termini che i candidati di Trump «rappresenteranno punti di vista in grado di bilanciare altre opinioni nella Fed».

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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