IL FOCUS

Trump, il furore delle polemiche e il silenzio assordante sul piano economico

di Marco Valsania

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Lapresse)

4' di lettura

NEW YORK - Donald Trump è alle prese con sfide che si moltiplicano: ordini sull'immigrazione e il terrorismo, reset di politica estera sulla Russia e sul Medio Oriente o anche semplicemente l'affanno nel riempire i ranghi dell'amministrazione - manca il il 94% di oltre 500 nomine - hanno tutti scatenato polemiche e faide istituzionali. Per non parlare di un Paese diviso, che ieri ha celebrato la festività del Giorno del Presidente tra dimostrazioni di protesta all'insegna dello slogan «Not my President's Day».

Ma un nodo oggi rimane nell'ombra ed è quello che minaccia davvero di strangolare nella culla la sua presidenza se non verrà sciolto al più presto: l'economia. «It's the economy, stupid», recita il vecchio adagio; questa volta è la politica economica e fiscale a confermarlo. Una strategia economica che rimane la grande assente.

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Il nodo dei tempi
La storia insegna che i ritardi sono già gravi e che con ogni giorno e settimana che passa senza chiarimenti si assottigliano il capitale politico e l'autorevolezza della Casa Bianca. Ronald Reagan propose il suo rivoluzionario piano di sgravi delle imposte il 15 febbraio. George W. Bush mise in pista il proprio l'8 febbraio. E Barack Obama firmò addirittura in legge il suo progetto di stimolo il 17 febbraio.

Trump ha promesso a sua volta un disegno «fenomenale» ma ha già sforato con i tempi al confronto con i predecessori, e a preoccupare è soprattutto il fatto che nessuno ha ancora capito - neppure la maggioranza repubblicana in Congresso che dovrebbe approvarlo - che cosa abbia in mente. Ormai incombono anche le scadenze auto-imposte: il Presidente pronuncerà davanti a Camere riunite il suo primo Discorso sullo Stato dell'Unione nel quale ha promesso di lanciare la sua crociata economica il 28 febbraio.

Nuovi conteggi sull’interscambio
I segnali continuano a essere, sull'economia come sulla politica estera, confusi. L'ultimo caso riguarda un possibile cambiamento nella contabilità del commercio. Per allineare la realtà con la sua agenda prevede di ricalcolare il deficit nell'interscambio in modo che appaia più drammatico di quanto finora stimato, dando fiato a offensive per riscrivere gli accordi di free trade e a toni protezionisti: l'amministrazione sottrarrebbe dall'export i prodotti che vengono importati dalle aziende negli Stati Uniti e poi ri-esportati senza modifiche. L'effetto, visto che rimarrebbero alla voce import, sarebbe un automatico aggravarsi del disavanzo.

Non si tratta di cifre di poco conto: nel caso del rapporto con il Messico, oggetto delle prime e più dure crociate commerciali oltre che anti-immigrati, il deficit annuale statunitense di 63 miliardi di dollari raddoppierebbe a 115 miliardi grazie alla nuova matematica commerciale.
Ma questo è solo un esempio. Il presidente e la sua squadra oggi soffrono per l'imperativo di circoscrivere il caos e concentrarsi sulle mete economiche, piatto forte della vittoria alle urne. Trump ha promesso un piano che dovrebbe tagliare le tasse per tutti, semplificando le aliquote, e limare le imposte aziendali al 20% dal 35% attuale. Misura questa giudicata cruciale per stimolare la produzione manifatturiera nazionale, celebrata venerdì scorso durante una visita a un impianto Boeing nello stato “amico” della South Carolina.

Un’ipotesi: l’imposta sulle importazioni
Ma non sarà una missione facile, quella di tenere a battesimo un progetto coerente: per finanziare simili ambizioni di sgravi la maggioranza repubblicana alla Camera e la Casa Bianca stanno considerando una Border Adjustment Tax, un'imposta del 20% sulle importazioni. Una proposta che scatena le resistenze non solo dei partner commerciali che la tacciano di protezionismo ma di settori cruciali per l'espansione che contano sulla catena di fornitori e import, a cominciare dal retail che ha espresso il suo disappunto durante un incontro con il Presidente la scorsa settimana. Senza questa tassa, però, il conto degli sgravi sarebbe troppo salato. Gli analisti hanno stimato che il taglio dell'aliquota aziendale, in particolare, dovrebbe essere limitato al 25%, percentuale che nei fatti è già oggi quella versata all'erario, grazie a deduzioni e sotterfugi che Trump ha promesso di eliminare, dalle aziende nell'indice Standard & Poor's 500.

Ancora fermo il piano sulle infrastrutture
Né ad oggi ha preso contorni più definiti il desiderato piano di investimenti infrastrutturali, mille miliardi dove un dollaro federale attirerebbe 40 dollari privati. O l'ipotesi di smantellare e rimpiazzare Obamacare, con i repubblicani che faticano a delineare una nuova riforma sanitaria complessiva nell'ambito del loro dossier sul bilancio. L'intera proposta di budget appare incerta anche sul fronte dei vantati risparmi: il New York Times ha solo confermato negli ultimi giorni che potrebbe eliminare fondi per arti, tv e radio pubbliche, briciole da poche centinaia di milioni nei conti federali.

Si lavora attraverso ordini esecutivi
Quel che Trump è riuscito a fare - anche in economia - finora lo ha fatto per ordini esecutivi di discussa efficacia. Ha eliminato, spesso in silenzio, protezioni ambientali per le acque come requisiti di trasparenza anti-corruzione per le compagnie petrolifere. Con maggior clamore ha ordinato lo smantellamento delle regole finanziarie prudenziali della Dodd Frank. E con altrettanta fanfara ma ad oggi scarso esito - per l'opposizione dei tribunali - ha istituito divieti per gli immigrati. Un nuovo ordine su rifugiati e visti da sette paesi islamici è in arrivo in queste ore e potrebbe esentare residenti permanenti e chi è già in viaggio al momento dell'entrata in vigore. Il Presidente ha pronto anche un ordine per perseguire legalmente i genitori che hanno aiutato figli piccoli a entrate negli Usa illegalmente. E ha fatto scattare retate anti-clandestini con espulsione automatica per reati minori che hanno spinto numerosi illegali a prendere la via del Canada o rifugiarsi in chiesa.

Trump, oltre al sostegno dei suoi elettori che finora non lo abbandonano nonostante i passi falsi, può oggi contare su un altro prezioso alleato nel primo scorcio della sua presidenza, l'ottimismo degli investitori che spingono in rialzo i mercati azionari e non solo. Ma anche qui la storia insegna, forse all'insaputa di Trump, che potrebbe rivelarsi un ottimismo fragile, se non emergeranno presto progressi in politica economica.

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