GLI EXECUTIVE ORDERS

Trump governa per ordini esecutivi. Fino a che punto lo può fare?

di Marco Valsania


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Donald Trump mentre firma un ordine esecutivo sull’immigrazione (Ap)

4' di lettura

NEW YORK - Sono provvedimenti, sulla carta, destinati a dare istruzioni «a organismi dell'amministrazione e con forza di legge». Più in dettaglio, sempre sulla carta, hanno l'innocuo obiettivo di «facilitare il lavoro dei funzionari governativi nel gestire le loro attività». Ma gli Executive orders e i Presidential memorandum - come anche le Proclamation presidenziali, tutte azioni sostanzialmente intercambiabili - portati oggi la ribalta dall'attivismo di Donald Trump sono in realtà una delle armi politiche e di governo più ampie e potenti a disposizione della Casa Bianca, che ne fa derivare la legittimità direttamente dalla Costituzione.

Trump non è un’eccezione
Sono un simbolo stesso della forza della Presidenza americana, ampiamente usati nell'era della polarizzazione politica e della paralisi del Congresso per lo scontro frontale tra i due partiti, democratico e repubblicano. Anche se hanno limiti, tecnici e di autorità, nei sistemi di “check and balances” della democrazia statunitense: possono essere riesaminati, modificati o revocati in sede di Congresso e dalla Corte Suprema. Trump, nel ripetuto ricorso a ordini e memorandum di questi primi giorni al potere, non rappresenta un'eccezione. Barack Obama ha emesso in tutto 277 “editti” durante i suoi due mandati. E il re inarrivabile di simili provvedimenti resta Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Depressione con ben 3.721, compreso il famigerato internamento dei cittadini giapponesi-americani. Trump può però rivendicare interventi tra i più controversi e discussi nella recente storia presidenziale, soprattutto in politica interna.

Gli ordini firmati da Donald...
Ha preso di petto la vasta riforma sanitaria Obamacare, prescrivendo alle agenzie governative di usare la massima flessibilità per non applicarla in attesa di un ribaltamento della legge che avrà bisogno del Parlamento. Ha ordinato di avviare la costruzione del Muro - o meglio di nuovi tratti di recinzione - con il Messico. E ha bloccato i programmi per i rifugiati siriani e sospeso i visti da Paesi a rischio di terrorismo, entrambe decisioni possibili sotto il cappello dell'interesse nazionale e della sicurezza. Così come il taglio di fondi federali alle “città santuario” che non cooperano con le retate della polizia contro i clandestini.

... e quelli più controversi
Assai meno difendibile sarebbe invece un ordine, discusso ma finora evitato, che istituisca nuovamente prigioni segrete e il ricorso a pratiche considerate di tortura contro detenuti per terrorismo. Il Congresso ha approvato una legge per mettere esplicitamente al bando proprio quelle pratiche, quando sono venute alla luce sotto l'amministrazione di George W. Bush. Un ordine per tagliare fondi all'Onu e minare altre organizzazioni e trattati internazionali potrebbe essere altrettanto difficile da sostenere senza un solido assenso congressuale. Anche in politica estera gli ordini hanno tuttavia dei precedenti: Obama stesso li ha usati per le sanzioni sull'Iran.

Zona grigia della Costituzione
Sotto il profilo legale, a complicare il dibattito, è il fatto che questi ordini operano in una zona grigia all'ombra della Costituzione americana. Spesso gli ordini di Trump, non a caso, cominciano con frasi quali «Grazie al potere affidatomi dalla Costituzione» o «dalle leggi degli Stati Uniti», cioè deleghe del Congresso. La Costituzione in particolare prescrive genericamente che «il potere esecutivo sia affidato al Presidente degli Stati Uniti». Mancano però indicazioni nel documento o in statuti federali che chiariscano in che modo le direttive del presidente vadano preparate e debbano arrivare. E l'interpretazione sulla base dell'esperienza storica, messa nero su banco dagli uffici del Congressional Research Service, contiene ambiguità che consigliano prudenza. Gli ordini, afferma, hanno «forza di legge se basati su appropriata autorità».

Scontro Trump-Nieto sul Muro


Più precisamente: «Se la possibilità di un Presidente di usare ordini esecutivi come mezzi per realizzare il potere presidenziale è stata decisa sia come questione di legge che di pratica, è altrettanto certo che la sostanza di un ordine esecutivo, compresi obblighi e divieti, può avere forza ed efficacia di legge solo se l'azione presidenziale è basata su poteri dati al Presidente dalla Costituzione o delegati al Presidente dal Congresso. L'autorità del Presidente di emettere ordini esecutivi non comprende una concessione di poteri per realizzare decisioni politiche che non sono state altrimenti autorizzate dalla legge».

Il ruolo chiave del Congresso
La Corte Suprema, che tradizionalmente dirime questioni spinose legate alla Costituzione, si è espressa già nel 1952 in un caso che ha coinvolto l'ex Presidente Harry Truman: nel decidere che un'azione di Truman era incostituzionale, la maggioranza stabilì che il Presidente, quale esecutore della legge, non può però «fare legge». Il giudice Robert Jackson, in particolare, sottolineò l'esistenza di tre tipologie di azioni presidenziali: la meno discutibile si ha quando il Presidente è espressamente autorizzato dal Congresso o dalla Costituzione; in secondo luogo, un po' meno legittima, quando Congresso e Costituzione tacciono sulla materia; infine, la più problematica e difficile, quando il Presidente impone la sua decisione a un Congresso recalcitrante. Trump, almeno per ora, sembra avere mano libera per provvedimenti ambiziosi e anche fortemente polemici grazie a un Congresso a solida maggioranza repubblicana.

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