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Trump, Israele, gli Emirati e la tredicesima chiave per la Casa Bianca

Dopo l’accordo Gerusalemme-Abu Dhabi, il Presidente spera nell’effetto elettorale di un exploit di politica estera, secondo il modello di Lichtman

di Marco Valsania

(Reuters)

4' di lettura

E alla fine, dal Golfo Persico, arrivò la tredicesima chiave. Così, almeno, spera Donald Trump: la chiave forse decisiva, capace di permettergli l'ingresso alla Casa Bianca per i prossimi quattro anni respingendo l'assalto dell'avversario democratico Joe Biden. Parte di un modello predittivo mostratosi pressochè infallibile, che ignora sondaggi e messaggi delle campagne elettorali e considera appunto una manciata di “Keys” allo scopo di indovinare chi siederà nello Studio Ovale dopo l'esito delle urne di novembre, la chiave in questione potrebbe essere la più improbabile: la politica estera - o meglio un importante successo diplomatico o militare. Se l'accordo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Emirati Arabi Uniti, con le possibili ramificazione per l'intero Medio Oriente, reggerà alla prova dei fatti, Trump potrebbe trovarsi, in teoria, proprio con questo, un inatteso exploit sul palcoscenico internazionale che lo aveva eluso. Con un grimaldello che apre nuovamente le porte di una White House che parevano destinate a chiudersi per lui, consegnandogli improvvisamente un mazzo di sette, la maggioranza, delle 13 chiavi in gioco.

Dai terremoti alla politica

Il modello delle tredici chiavi è cortesia dello storico e docente alla American University Allan Lichtman, apertamente democratico, che lo elaborò inizialmente nel 1981 poi perfezionandolo in partnership con il russo Vladimir Keilis-Borok, noto matematico e sismologo emigrato in California e scomparso nel 2013. Assieme hanno identificato un sistema per applicare, negli ultimi quarant'anni, la scienza delle previsioni di tradizionali terremoti a fenomeni politici, quali appunto possibili o meno terremoti elettorali negli Stati Uniti.

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Previsioni esatte dal 1984 a oggi

Quel modello ha previsto correttamente i risultati delle urne presidenziali americane dal 1984, dalla riconferma di Ronald Reagan, a oggi, compresa dunque la vittoria a sorpresa di Trump nel 2016. Per la quale il Presidente eletto gli invio una nota autografata di congratulazioni. Lichtman ha anche correttamente predetto che Trump avrebbe subito un impeachment in Congresso.

A prova di pandemia

Lichtman ha anche sottolineato che il modello è sttao usato anche a ritroso, per verificare come avrebbe funzionato in tutte le elezioni presidenziali statunitensi. Fino al 1860. Sono un sistema robusto e di conseguenza non le altero. Si sono mostrate attendibili durante enormi cambiamenti nella nostra politica, nella nostra economica e nella nostra democrazia”. Abbastanza da fargli pensare che neppure la più grave pandemia da un secolo a questa parte modifichi la loro accuratezza.

Finora il modello ha detto Biden

Ma venendo all'oggi di recente aveva pronosticato un successo di Biden contro Trump a novembre, predicato sull'esito delle sue 13 chiavi. Soltanto, però, di stretta misura. La premessa di fondo del modello è che gli elettori si esprimono alla fine in modo pragmatico, giudicando cioè anzitutto la performance obiettiva dell'amministrazione e del Presidente indipendentemente da quel che dicano i sondaggi o da quel che facciano le campagne politiche.

Le 13 chiavi

Vediamole rapidamente, allora, queste profetiche e ben definite chiavi considerate cruciali: nell'insieme, finora, vedevano Biden in vantaggio di sette a sei. A favore di Trump giocavano il fatto di essere il Presidente uscente, il non aver avuto sfidanti interni alle primarie, l'assenza di sconfitte o disastri miliari o di politica estera, niente seri candidati indipendenti, il varo di importanti nuove politiche e lo scarso carisma del suo avversario alle urne. Per Biden propendevano invece il limitato carisma di Trump (apprezzato solo da una minoranza), i disordini sociali, la recessione in atto, la debolezza dell'economia anche nell'arco dell'intero mandato a causa della gravità della crisi, i ripetuti scandali, la perdita di seggi alla Camera durante elezioni di midterm rispetto a quattro anni prima.

Decisiva la chiave di politica estera?

La restante chiave da considerare è, nell'ordine creato da Licthman, l'undicesima. E' quella che potrebbe diventare decisiva per una partita giunta al tie-break, se le altre variabili, come pare, non cambieranno facilmente, a cominciare dall'economia. E' la chiave di un grande successo o meno in politica estera o militare. Appare presto per sapere con certezza se un simile successo, e il suo riconoscimento da parte di un'opinione pubblica pressata da molteplici crisi domestiche, sia iscritto nell'intesa di pace e nella riapertura di piene relazioni diplomatiche che sono state raggiunte sotto l'egida della Casa Bianca tra Uae e Israele. Un evento affiancato da accordi bilaterali su investimenti, sicurezza, tecnologia e turismo. E dall'impegno per ora dello Stato ebraico a sospendere la controversa annessione di territori occupati della Cisgiordania palestinese. Ma, accanto alle perplessità, sono giunte anche le reazioni negative dai coloni israeliani come dai palestinesi. Trump, di sicuro, ha tuttavia scommesso su una vera svolta che trovi eco. “E' un passo significativo verso un Medio Oriente più pacifico, sicuro e prospero”, ha commentato. Il suo genero e consigliere factotum Jared Kushner, che fin dall’inizio dell’amministrazione aveva fatto della pace nella regione la sua principale promessa su mandato della Casa Bianca, ha parlato di evento storico. Gli Emirati sono il terzo paese arabo a firmare la pace con Israele dopo una lunga pausa, dopo l'Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994. Il Presidente americano ha sostenuto che altre nazioni seguiranno presto l'esempio. Portandogli in tasca, ci conta, anche le necessarie chiavi domestiche per la Casa Bianca.

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