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Trump, Johnson e Salvini: l’autunno nero dei populisti

I cosiddetti sovranisti sembravano sulla cresta dell’onda in tutta Europa, e oltre, dalla presidenza Trump alle leadership di Salvini e Johnson. Ora stanno subendo una battuta d’arresto, ma potrebbero tornare presto alla ribalta

di Alberto Magnani


Cartelli e slogan contro Salvini: "Cosenza non si Lega"

4' di lettura

Quando si è insediato come primo ministro, il 25 luglio 2019, Boris Johnson ha sfidato apertamente i suoi detrattori: «I critici si sbagliano. Gli scettici, i pessimisti, i malintenzionati... Si sbaglieranno ancora». Tre mesi dopo, c’è chi potrebbe obiettare il contrario. Nell’arco di poche settimane Johnson ha perso la sua maggioranza parlamentare , subìto dimissioni nel suo gabinetto di governo (incluso il fratello Jo) e incassato una serie di sconfitte che fanno già impallidire il calvario dell’ex numero uno di Downing Street Theresa May. L’ultima, la più drastica, ha visto la Corte suprema bocciare come «illecita» la scelta di sospendere l’attività del Parlamento per cinque settimane. Johnson non sta vivendo una delle sue fasi migliori. La consolazione (per lui) è che non è l’unico, nell’ondata di leader sovranisti che sembravano aver monopolizzato lo scacchiere internazionale solo alcuni mesi fa.

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Matteo Salvini è finito fuori dal suo stesso governo dopo aver staccato la spina alla maggioranza con i Cinque stelle. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è nel mirino di una procedura di impeachment per le sue pressioni su leader ucraino Zelensky. Jair Bolsonaro si sta attirando gli strali della comunità internazionale per la sua completa assenza di tatto sull’Amazzonia, il «polmone verde» del Sud America che il presidente brasiliano rifiuta di sottoporre a qualsiasi misura di controllo ambientale. «L’internazionale populista» in ascesa a destra sembra vacillare sotto i colpi dei suoi stessi eccessi retorici, o di incidenti diplomatici capaci di pregiudicarne la tenuta.

Lo scontro tra retorica e istituzioni
Le tre crisi principali, quelle di Trump, Johnson e Salvini, sono accomunate dalla dinamica, oltre che dai tempi. Tutti e tre sono andati a scontrarsi in maniera diversa con i limiti istituzionali al proprio potere, creando incidenti capaci di compromettere la posizione guadagnata nei rispettivi scenari politici. I giudici britannici hanno rilevato l’illegitimità di una misura , la sospensione del Parlamento, che era stata imposta da Johnson come atto di forza rispetto alla Camera dei Comuni. Lo scoop della stampa statunitense ha fatto emergere le pressioni di Trump su un leader straniero per inquinare, di fatto, il regolare corso della campagna elettorale del suo possibile avversario Joe Biden. In Italia Salvini ha agito da solo, dichiarando la crisi del governo che aveva guidato nei fatti per oltre un anno.

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Ma in questo caso lo scivolone è nato da un equivoco più istituzionale che politico, la convinzione di poter chiamare subito le urne e incassare una maggioranza robusta in entrambe le Camere. «Quello che è chiaro - spiega Andrea Mammone, docente di storia moderna alla Royal Holloway di Londra - è che questi leader si sono scontrati con o limiti imposti dalle istituzioni democratiche, dalle corti e dalla separazione e bilanciamento dei poteri. E come se essi (e vari cittadini) si fossero svegliati di colpo accorgendosi che la democrazia esiste e che I loro poteri non sono illimitati». Il “bagno di realtà” è coinciso, inevitabilmente, con una crisi politica. Tenendo a parte il caso di Trump e di una procedura macchinosa come l’impeachment, sia Johnson che Salvini si sono inflitti un autogol forzando la situazione e tentando uno scatto in avanti eccessivo. Nel caso di Johnson, la bocciatura della Corte non può che esacerbare l’opposizione interna ed esterna al partito per l’atteggiamento anti-parlamentare del nuovo leader Tory. Nel caso di Salvini la conseguenza più evidente è stata di trovarsi confinato all’opposizione dopo aver sfiorato, almeno nei progetti, la guida di un governo di destra sotto la sua leadership.

Se i leader in panne preparano il rimbalzo
Chiaramente è presto per decretare un declino dei sovranisti. Anche perché, appunto, le crisi sono nate nelle istituzioni e non per un calo di popolarità nell’unico bacino rilevante, gli elettori. Sullo sfondo delle turbolenze di vertice, gli umori che hanno alimentato il successo dei sovranisti sono rimasti gli stessi. I sondaggi italiani continuano a proiettare Salvini in testa, mentre l’ansia di Johnson di chiamare le urne è giustificata da stime che vorrebbero una coalizione di destra capace di guadagnare una maggioranza robusta alla Camera dei Comuni, agevolando a quel punto il piano - conclamato - di una Brexit ben più dirompente di quella immaginata dal governo May.

Lo stesso Trump, attualmente, non sembra minacciato dall’offerta indefinita dei democratici per una candidatura capace di reggerne la forza d’urto in vista del voto in arrivo nel 2020. Tornando al di qua dell’Atlantico, nella Ue che i sovranisti continuano a fornire ottimi segnali di salute. Nell’Est Europa le crisi domestiche non hanno scalfito la leadership di figure come Viktor Orbán, il primo ministro che capeggia il partito nazionalista Fidesz ed è diventato un modello per le destre Ue di intonazione euroscettica e xenofoba.

In Germania, soprattutto fra le regioni della vecchio Est, l’ultradestra di Alternative für Deutschland centra periodicamente qualche exploit elettorale che fa temere il sorpasso rispetto alla Unione-cristiano democratica e un Partito socialdemocratico ridotto ai minimi termini. In Francia, nonostante i numeri dell’economia remino a favore della presidenza Macron, il Front National di Marine Le Pen mantiene il suo bacino di consensi e vellica gli istinti più radicali di un elettorato concentrato soprattutto nelle province distanti da Parigi e della immancabili, odiate élite.

Il risultato è che il ritorno di fiamma di alcuni leader potrebbe trovare un terreno ancora più fertile di quello attuale, anche in chiave di un superamento dello stato di diritto nella Ue. Almeno nel caso di Orbán e dei suoi epigoni, l’orientamento ultraconservatore si accompagna con naturalezza a derive autoritarie che discutono a volte lo stesso impianto di regole “costato” le battute d’arresto ai vari Johnson e Salvini. Il successo di forze simili, con numeri superiori a quelli di oggi e in un’ottica di maggior cooperazione, potrebbe far ridisegnare quello stesso confine tra potere e istituzioni che è rimasto invalicabile finora: «È certo che sono presenti tendenze semiautoritarie in occidente - dice Mammone - In fondo è in corso una battaglia sullo stato delle nostre istituzioni democratiche e bisognerà capire quali forze riusciranno (anche culturalmente) a prevalere nella società».

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