Geopolitica

Trump, l’Iran e il rialzo del petrolio

di Riccardo Barlaam


Trump ferma il petrolio dell'Iran. Vola prezzo barile

4' di lettura

Trump parla come Stalin ma governa come Homer Simpson, ha scritto un commentatore del Washington Post. Dietro l’imprevedibilità del presidente americano e della sua politica estera ci sono le figure più oltranziste della sua amministrazione: il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il segretario di Stato, ex direttore della Cia, Mike Pompeo. Bolton mesi fa prometteva “terribili conseguenze” per chiunque avesse continuato a fare affari con l’Iran.

La decisione dello stop totale all’import di greggio dall’Iran, con il mancato rinnovo delle esenzioni a otto paesi, Italia compresa, aggiunge un altro tassello alla politica dell’amministrazione Usa di “massima pressione” verso il regime degli ayatollah. Dopo l’inserimento dei Guardiani della rivoluzione iraniana nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere, accusati di finanziare gli Hezbollah libanesi e altri ribelli sciiti anti-Israele, e dopo l’uscita degli Usa nel maggio 2018 dall’accordo sul nucleare Onu con l’Iran del 2015.

L’obiettivo dell'amministrazione è quello di “portare a zero l’export” di petrolio iraniano. Il petrolio vale il 40% dei ricavi della Repubblica islamica dell’Iran. Ricavi, sostengono gli americani, usati per sostenere i gruppi terroristici, sviluppare i programmi missilistici e altri comportamenti destabilizzanti.
La Casa Bianca vuole isolare l’Iran, spingerlo alle riforme e a rinegoziare l’accordo sul nucleare. Le ambizioni di egemonia iraniana nell’area ne escono inevitabilmente ridimensionate. Dall’altro lato l’azzeramento dell’export iraniano genera una pressione sui prezzi petroliferi, che secondo molti osservatori è un altro aspetto legato all’offensiva economica americana.

«L’Arabia Saudita e altri membri dell’Opec vogliono che i prezzi del petrolio superino gli 80 dollari al barile per raggiungere i loro obiettivi di budget» ha detto Ole Hansen, analista sulle materie prime di Saxo Bank.
Da quando Trump nel maggio 2018 ha annunciato l’uscita degli Usa dall’accordo nucleare, più di 1,5 milioni di barili di petrolio iraniano sono stati tolti dal mercato. Il Dipartimento di Stato stima che le sanzioni unilaterali decise dagli Usa abbiano ridotto gli introiti petroliferi all’Iran di oltre 10 miliardi di dollari.

Scende l’Iran e aumenta la produzione Usa: l’output petrolifero dei paesi non-Opec, guidati dagli Stati Uniti, si stima in espansione di 2,2 milioni di barili al giorno nel 2019-2020, secondo i dati del Dipartimento all’Energia. La produzione petrolifera Usa è aumentata e nel mese di marzo è arrivata a 12 milioni di barili al giorno: 1,6 milioni di barili in più rispetto a un anno fa. Così come le esportazioni di greggio Usa che nel gennaio 2019 hanno raggiunto i 2,5 milioni di barili al giorno (+90% rispetto all’anno prima). Lo stop Usa aggiunge un ulteriore livello di incertezza alle relazioni tra Iran e il resto del mondo, sempre più disincentivato a intrattenere rapporti economici e commerciali con un paese sotto sanzioni.

L’Europa continua a sostenere l'accordo nucleare. L’Onu brilla per il suo silenzio. Degli otto paesi che il 2 maggio non vedranno rinnovate le esenzioni per il greggio dell'Iran, tre paesi – Italia, Grecia e Taiwan – hanno già cessato da mesi di importare petrolio iraniano. Gli altri cinque Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Turchia continuano ad acquistarlo.
L'annuncio della Casa Bianca ha provocato la dura reazione della Cina che importa circa la metà del suo fabbisogno di greggio dall’Iran. «La Cina si oppone alle sanzioni unilaterali americane», ha detto un portavoce del ministro degli Esteri. «La cooperazione economica tra Cina e Iran è trasparente segue le leggi e va rispettata». Pechino è il primo acquirente di petrolio dall’Iran e ha aumentato gli acquisti quest’anno, il contrario di quanto chiesto dagli Stati Uniti. Ad aprile secondo i dati del tracking delle petroliere Refinitiv, la Cina potrebbe arrivare a toccare i 750.000 barili al giorno di greggio iraniano, circa la metà dell'export totale di Teheran. Molto di più dei 500mila barili acquistati da Pechino in febbraio e dei 600mila in marzo.

Lo stop americano rischia di pesare sui negoziati commerciali tra Cina e Stati Uniti in vista di un accordo che sembra sempre più difficile da raggiungere. Due nuovi round negoziali sono attesi nei prossimi quindici giorni, prima a Pechino e poi a Washington, per risolvere i punti ancora aperti e tentare di arrivare a un accordo definitivo sulla trade war con un vertice tra i due presidenti Xi e Trump a maggio o a giugno, secondo fonti vicine ai negoziati.

Ma la Cina continuerà ad acquistare petrolio dall’Iran, almeno nell’immediato, secondo tutti gli analisti del settore. E ogni mossa di Pechino per cercare di acquistare ancora greggio iraniano obbligherà gli Stati Uniti a imporre sanzioni economiche alle società e alle banche cinesi. Come ha detto Jason Bordoff, direttore del Centro delle politiche energetiche globali della Columbia University: «Le sanzioni all’Iran si preparano a essere una grande sfida per le relazioni sino-americane». Secondo Bordoff se l’import di greggio cinese dall’Iran non verrà rapidamente ridotto, gli americani potrebbero decidere sanzioni miliardarie contro la banca centrale cinese. Per le violazioni delle sanzioni all’Iran in Canada il primo dicembre, su richiesta statunitense, è stata arrestata l’executive di Huawei Meng Wanzhou, tuttora in attesa di estradizione. Lo stop totale all'import di petrolio iraniano incendia ancora di più le relazioni tra Stati Uniti e Cina.

Dall’altro lato lo stop all’import di petrolio dell’Iran è un assist degli Stati Uniti all’Arabia Saudita, che potrà aumentare la produzione di greggio e che, grazie all'incremento globale dei prezzi del petrolio in arrivo, potrà attrarre maggiormente gli investitori internazionali per la maxi-Ipo di Saudi Aramco, che continua a slittare da più di un anno a causa dei corsi ribassisti del barile. Gli analisti di Raymond James & Associates in una nota sostengono che sauditi, Kuwait ed Emirati “aumenteranno la produzione prima del previsto per il calo delle forniture iraniane”. La decisione americana favorisce anche la Russia che potrà potenzialmente immettere sul mercato maggiori quantità di petrolio.
Il prezzo del petrolio dopo essere aumentato di oltre il 30% da inizio anno, potrebbe continuare a salire. I principali fattori rialzisti secondo Oilprice.com sono tre paesi: Iran, Libia e Venezuela. Ma al primo posto c’è l’Iran.

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