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Trump licenzia il ministro della Giustizia ad interim. Rifiutava il bando ai rifugiati

di Marco Valsania


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(AFP)

3' di lettura

New York - Esplode la ribellione nel governo americano contro Donald Trump, i suoi ordini anti-rifugiati e la deriva autoritaria dei primi giorni della sua presidenza: il Segretario della Giustizia a interim Sally Yates - magistrato rimasto in carica dall'amministrazione Obama in attesa della conferma del prescelto da Trump, Jeff Session - ha istruito apertamente i legali del Ministero di non difendere in tribunale l'ordine esecutivo contro i profughi e i visti da sette nazioni islamiche del Medio Oriente e del Nordafrica. L'ha definito, dopo un esame, «illegale oltre che «ingiusto». Trump l'ha immediatamente licenziata. E si è spinto più in là: l'ha accusata di «tradimento».

Trump silura la ministra dell'era Obama

Al suo posto è stato nominato Dana Boente, procuratore del Distretto orientale della Virginia, che si è impegnato a difendere il provvedimento di Trump. Nelle stesse ore il procuratore generale dello Stato di Washington è diventata la prima autorità americana a presentare ricorso contro la costituzionalità dell'ordine di Trump, denunciando anche danni per l'economia hi-tech dello Stato. La cacciata di Yates e i toni da crociata di Trump potrebbero tuttavia alzare la posta in gioco nella conferma al Senato di Sessions, già sospettato di razzismo, che numerosi democratici ora si sono impegnati a cercare di bloccare.

Al Dipartimento di Stato la rivolta ha coinvolto oltre cento funzionari, un numero da record, che per criticare le iniziative di Trump hanno firmato un Dissent Cable, la tradizionale forma di critica interna considerata una istituzione essenziale per il dibattito nella diplomazia. La sua risposta è stata brutale quanto quella contro Yates: «Se questi burocrati non intendono adeguarsi, faranno meglio ad andarsene», ha detto il portavoce Sean Spicer a proposito di funzionari spesso di carriera e con meriti diplomatici conquistati sul campo e in anni di servizio.

L'escalation della crisi, con Trump nella bufera per sprezzo e abuso della Costituzione e della storia americana di accoglienza, è scattata al termine di una giornata nella quale l'ex presidente Barack Obama aveva rivendicato nuovamente la leadership morale e politica di una nazione divisa: è sceso in campo per la prima volta da quando ha lasciato la Casa Bianca, dieci giorni or sono, schierandosi a fianco delle proteste che dilagano e scuotono l'America. «Sono incoraggiato dalla partecipazione dei cittadini», ha fatto sapere, denunciando qualunque discriminazione per fede e religione.

A colpire i commentatori americani è stata l'arroganza dei toni di Trump, oltre alla sostanza. Davanti al dramma di padri, madri e figli che venivano detenuti e rischiavano di non rivedere più i familiari; al cospetto della scienziata iraniana che veniva rispedita a forza indietro e salvata solo in extemis, quando l'aereo già rullava sulla pista, dall'ordine di un giudice; in presenza di studenti, docenti, dipendenti di aziende il cui futuro è stato cancellato o messo in dubbio da un tratto di penna; davanti a tutto questo Trump e i suoi portavoce hanno minimizzato, dichiarato che «il disturbo causato a poche persone» ben vale le nuove misure di sicurezza. Diritti e obblighi politici e morali sono stati trattati come “inconveniences”, disturbi appunto. Di più: Trump ha detto che i disagi sono stati in realtà causati dalle proteste e da problemi ai computer della Delta Airlines.

Non concordano le grandi aziende americane: dai colossi dell'hi-tech alla Ford, da Coca-Cola a Goldman Sachs. Hanno sottolineato la loro opposizione al provvedimento e l'impegno a una forza lavoro diversa, che, ha affermato il chief executive Lloyd Blankfin, «è una necessità». Starbucks sta studiando sfide legali e ha promesso di assumere diecimila rifugiati. A rialzare il capo è l'America di Obama.

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