rischio guerra commerciale

Trump minaccia dazi al Messico e al mondo. Poi frena: «È una delle idee»

di Marco Valsania


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Il neopresidente Usa Donald Trump (AP Photo)

4' di lettura

NEW YORK - Donald Trump sta considerando la possibilità di una guerra commerciale oggi contro il Messico e domani, forse, anche contro il resto del mondo. Il portavoce di Trump, Sean Spicer, ha dichiarato che il presidente intende proporre dazi del 20% sull'import messicano per finanziare il muro anti-immigrati al confine tra i due Paesi, aggiungendo che tariffe simili sono allo studio per tutte le importazioni dall'estero e in particolare dai Paesi con surplus commerciali nei confronti degli Stati Uniti.

Una minaccia che ha scatenato gravi preoccupazioni sia all'interno, a Washington e nella Corporate America, che all’estero, costringendo nella nottata la Casa Bianca ad attenuare i toni. Spicer ha precisato che il piano sulle tariffe c'è ma è «una delle idee» in discussione per pagare i costi del muro. E il capo di staff Reince Priebus ha aggiunto che l'amministrazione sta esaminando «un ventaglio di opzioni». Il risultato è stato una straordinaria dimostrazione di caos su temi delicati quale l'interscambio e la politica estera e ha sollevato lo spettro che la nuova amministrazione possa innescare l'esplosione di duri e incontrollati conflitti nei rapporti di interscambio con gravi danni per l'economia. «La Casa Bianca semina confusione», ha titolato seccamente il New York Times.

La reazione alla minaccia di guerre commerciali sbandierata da Trump non si è fatta attendere negli stessi Stati Uniti, da parte di politici e di associazioni imprenditoriali quali la National Retail Federation. Hanno denunciato come l'impatto di una simile “tassa” sarebbe profondamente sentito dall'economia statunitense e dai suoi consumatori, con rincari di prezzi dei beni e riduzioni dei profitti delle aziende. Oltre a rischiare una spirale di rappresaglie globali difficile da arrestare e che danneggerebbe l’espansione. Alla fine non sarebbe così neppure davvero il Messico a pagare per il muro come promesso da Trump.

Ma la posizione della Casa Bianca e il successivo caos hanno destato preoccupazione soprattutto perchè hanno messo in discussione la credibilità già fragile della nuova amministrazione sul palcoscenico globale. Le frenetiche giravolte sono infatti arrivate alla fine di due giorni di escalation di tensioni con il Messico dalle quali Trump non è uscito bene: il presidente ha scelto mercoledì per annunciare la costruzione del muro e affermare che avrebbe costretto il Messico a pagarlo «al cento per cento», nonostante fosse in programma un vertice con il leader del Paese latinoamericano Enrique Pena Nieto il 31 gennaio per avviare difficili rinegoziazioni dell'accordo di libero scambio nordamericano Nafta.

Pena Nieto ha risposto che il Messico mai avrebbe pagato per il muro di Trump e chiesto rispetto per la sovranità del suo Paese. Trump ha twittato stizzito che se non aveva intenzione di pagare, allora avrebbe fatto meglio a non venire a Washington. Pena Nieto ha informato la Casa Bianca che il vertice era cancellato. Per Trump il grande negoziatore, hanno accusato i critici, la partita si è chiusa per ora con una cocente sconfitta, alla vigilia oltretutto di un incontro oggi di alto profilo con il premier britannico Theresa May.

La successiva, ulteriore reazione del neopresidente americano è parsa a molti ancora più scioccante. Trump, attraverso il suo portavoce, ha casualmente annunciato di aver trovato ugualmente il modo di far pagare al Messico il Muro: una tassa del 20%, appunto, su tutte le importazioni in arrivo dal Paese. Non solo: questa tariffa potrebbe diventare una prova generale, perché Trump,

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secondo Spicer, è favorevole in futuro ad applicare simili dazi a tutto l'import globale. Una presa di posizione che è sembrata appoggiare una proposta già emersa dai repubblicani alla Camera e che, nell'ambito di riforme della tassazione aziendale, introdurrebbe appunto un'imposta del 20% su tutto l'import. «È qualcosa di cui il presidente parla nel complesso, guardando alla nostra situazione commerciale e ai Paesi con i quali esiste un deficit».

Spicer ha detto che tasse sull'import sono già utilizzate da 160 paesi e che gli Stati Uniti sarebbero dunque in una situazione di svantaggio, che facilita l'esodo delle aziende. L'Italia ha riportato un surplus di oltre 27 miliardi di dollari con gli Usa nel 2015 e di oltre 25 miliardi tra gennaio e novembre del 2016. Il Messico ha un surplus annuale di quasi 60 miliardi anche se negli ultimi anni sono cresciute soprattutto le esportazione del made in Usa a sud del Rio Grande.

Lo stupore non è stato totale. In passato la squadra di Trump aveva già discusso un dazio d'ingresso alle merci pari al 10%, ipotizzando anche di poterlo mettere in pratica attraverso un ordine esecutivo del presidente per stimolare il settore manifatturiero interno. Il capo di staff Reince Priebus aveva suggerito il 5 per cento. La proposta dei parlamentari repubblicani di una “border adjustment tax”, un'ampia tassa di confine, era stata però giudicata da Trump troppo complessa. E finora non era mai stata messa apertamente e formalmente sul tappeto dalla Casa Bianca. Una simile iniziativa resterebbe tuttora più facile a dirsi che a farsi: Trump per una simile decisione, anche solo nei confronti del Messico, secondo gli esperti avrebbe bisogno dell'approvazione dell'intero Congresso. Oltre a dover considerare seriamente le potenziali ripercussioni di una vera e propria escalation nelle tensioni economiche globali. Ma Spicer ha fatto due conti sul Messico per confermare che la tariffa del 20% sarebbe più che sufficiente a pagare per la colossale recinzione al confine: il made in Mexico, che nel 2015 ha generato importazioni negli Stati Uniti per 296 miliardi, garantirebbe oggi dieci miliardi di dollari l'anno se sottoposto ai dazi ideati, mentre la stima del costo del progetto è tra i 10 e i 25 miliardi. In seguito, come detto, la parziale marcia indietro che lascia per il momento in eredità un attonito stato di confusione e nervosismo.

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