ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùDOPO L’ATTACCO AI SAUDITI

Usa-Iran, Trump minaccia risposte militari e autorizza l’uso delle riserve. Vola il prezzo del petrolio

Il grave attacco al settore petrolifero dell’Arabia Saudita pone nuovi, significativi dilemmi per l’amministrazione di Donald Trump e per l’economia

di Marco Valsania


Stati Uniti accusano l'Iran per attacchi a raffinerie

6' di lettura

New York - Si impennano le quotazioni del petrolio dopo gli attacchi da parte dei ribelli yemeniti filo-iraniani al più grande impianto per il trattamento del greggio della Saudi Aramco in Arabia Saudita. Il contratto novembre del Wti sale del 9,3% a 59,8 dollari al barile mentre la corrispettiva scadenza del Brent segna un balzo del 10,7% a 66,7 dollari. Dimezzata di fatto la produzione saudita di petrolio: persi 5 milioni di barile al giorno.

Il grave attacco al settore petrolifero dell'Arabia Saudita ha risvegliato lo spettro di drammatiche escalation della crisi in Medio Oriente, sollevando nuovi dilemmi per l'amministrazione di Donald Trump - e interrogativi per l'economia. Segno dell'alta tensione che regna e dei tamburi di guerra che rullano, Trump ieri notte ha alluso alla possibilità di azioni militari americane e autorizzato il ricorso alla riserva strategica Usa di greggio “se necessario”, vale a dire qualora ci fossero carenza di greggio e traumi sul mercato dopo che Riad ha indicato che entro le prossime ore dovrebbe essere in grado di ripristinare solo un terzo delle produzione e dopo che le quotazioni del greggio si sono impennate sul mercato future.

L'amministrazione ha puntato sempre piu' l'indice contro l'Iran: ha rilasciato immagini satellitari e informazioni di intelligence che indicherebbero ordigni in arrivo sulle infrastrutture saudite dalla direzione di Iran o Iraq, con 17 separati “punti di impatto” che suggerirebbero l'uso sia di missili che di droni. Trump non ha menzionato Teheran per nome e ha indicato che consulterà Riad. Ma ha detto che ci sono ragioni per identificare i responsabili e che gli Stati Uniti sono “locked and loaded”, pronti a dar battaglia, previe “verifiche” adeguate. Funzionari dell'amministrazione hanno caratterizzato la rappresaglia militare considerata come seria.

Arabia Saudita, droni colpiscono i pozzi di petrolio

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La posta in gioco di potenziali scontri - ma anche di confusione e caos di strategie di politica estera - è resa più alta dalle ripercussioni economiche. Se l'espansione americana e globale è oggi molto meno dipendente dal greggio rispetto all'era degli shock petroliferi degli anni Settanta, le vicissitudini dell'oro nero possono ancora spingere al rialzo significativamente i prezzi. I future del greggio in nottata hanno registrato rialzi tra il 12% e il 18% prima di calmierarsi forse aiutati dalla promessa di Trump di stabilizzarli. Ancor più, pero', spirali di incognite geopolitiche anche in assenza di conflitti aperti e fuori controllo potrebbe oggi avere pericolosi riflessi indiretti e di più lungo periodo di iniziali traumi: può aggravare crisi di fiducia, incertezze e paure - di aziende come di consumatori e investitori - che già minano l'espansione. Più dell'attacco stesso, la vulnerabilità evidenziata da infrastrutture strategiche quali quelle saudite desta preoccupazione - vale a dire che distruttivi attacchi siano ripetibili.

Effetti economici diretti

Negli anni Settanta le impennate di prezzi del petrolio si tradussero in recessione. Oggi però l'energia rappresenta il 2,5% dei consumi, neppure un terzo di quell'8% di oltre un quarantennio fa. Gli Stati Uniti hanno inoltre raddoppiato in dieci anni la produzione domestica, superando di recente la stessa Arabia Saudita, grazie a tecnologie quali la controversa fatturazione idraulica. Bank of America ha stimato che in questo clima un balzo di 20 dollari al barile nel breve periodo sottrarrebbe all'espansione americana forse solo 0,1 punti percentuali. Se i sauditi riparassero rapidamente i danni, sul greggio potrebbe rimanere l'eredità di un rincaro di 2-3 dollari, stando a alcuni analisti.

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Ripercussioni maggiori rispetto all'America potrebbero tuttavia esserci nei paesi asiatici, dalla Cina al Giappone, assai più dipendenti da importazioni di greggio. Pechino da sola produce 4,8 milioni di barili al giorno ma ne consuma ben 12,8 milioni. Una scossa protratta al mercato globale del barile accentuerebbe insomma battute d'arresto internazionali che a loro volta, attraverso il meccanismo di trasmissione di un'ulteriore frenata d'un commercio già danneggiato da “scambi” di dazi, avrebbero conseguenze per gli Stati Uniti. L'Fmi aveva già previsto in precedenza rallentamenti dell'espansione mondiale al 3,2% quest'anno dal 3,6% del 2018.

E chi pensasse che il boom dello shale americano, il greggio e gas da fratturazione idraulica, possa sopperire al blocco di metà della produzione saudita e 5% di quella globale afflitto dall'attacco fa bene a ricredersi, ammette lo stesso Wall Street Journal: oggi i comparto dello shale è in realtà sotto pressione per performance deludenti e le quotazioni del greggio dovrebbero rimanere molto elevate molto a lungo per generare nuova crescita e recuperi. Prezzi troppo bassi del greggio, continui eccessi di produzione e indebolimento della domanda stanno oggi generando ondate di fallimenti tra piccoli e medi produttori. Non è semplicemente attrezzato, lo shale, per improvvise accelerazioni della produzione.

Effetti indiretti

Questo è forse il nodo potenzialmente maggiore. è stato un attacco, quello ai sauditi, con pochi precedenti, un “Big One”, come l'hanno definito gli esperti americani. Ha come detto paralizzato temporaneamente, colpendo due grandi impianti, temporaneamente, oltre le metà della produzione locale. Ma ha anche, e forse soprattutto, evidenziato quanto l'infrastruttura del greggio sia oggi ostaggio della crisi in Medio Oriente e delle sfide irrisolte della politica estera americana sotto Trump. La vulnerabilità è stata accentuata dall'importanza stessa delle strutture danneggiate e dal fatto che l'Arabia Saudita non hai mai risparmiato sulle misure di sicurezza e protezione, comprese batterie Usa anti-missili Patriot. Nè lo ha fatto Washington, ancor più sotto Trump che ha fatto dell'amicizia con Riad - e delle forniture militari al Paese - un pilastro. Il rischio di avvitamenti della crisi esiste: il Segretario di Stato Mike Pompeo ha fin da subito accusato l'Iran, che ha come prevedibile negato seccamente. Ribelli yemeniti Houthi, che sono comunque sostenuti dall'Iran, hanno ufficialmente rivendicato l'attacco, attribuito a droni. Washington e Riad, da quanto emerso, considerano inoltre possibili che siano stati utilizzati missili cruise oltre a droni, forse da postazioni in Iran o di milizie legate direttamente al regime di Teheran in Iraq.
Il dramma potrebbe insomma trasformarsi in una delicata partita. Potrebbe portare a una significativa escalation della mini-guerra delle petroliere finora concentrata nello strategico stretto di Hormuz, che nei mesi scorsi ha già visto schermaglie e sequestri di navi cisterna internazionali a opera di iraniani. Parte a sua volta di una informale rappresaglia per la strategia di “massima pressione” su Teheran - a colpi di strette sulle sanzioni economiche - adottata da Washington. (Per un'approfondimento del significato e conseguenze della crisi cominciata con Hormuz, compresi i rischi di ulteriori spirali di tensioni e scontri, si veda: Tensioni con l'Iran, sempre più costoso il transito da Hormuz )

Le conseguenze politiche

La posta in gioco è alta. Un ventilato incontro ravvicinato tra Trump e il Presidente iraniano Hassan Rouhani a New York ai margini dell'Assemblea generale dell'Onu per stemperare la crisi potrebbe non materializzarsi, prima vittima della nuova situazione. Altra vittima potrebbero essere i tentativi di distensione oggi sponsorizzati dalla Francia, in particolare le proposte di mitigare le sanzioni in cambio di un ritorno dell'Iran al rispetto di impegni sulla denuclearizzazione che ha violato. L'attacco avviene inoltre in un momento particolarmente delicato per la Casa Bianca, mentre la squadra di politica estera americana è in subbuglio e a ranghi ridotti, e potrebbe amplificare le difficoltà interne dell'amministrazione a identificare nuove mosse: è uscito di scena un falco anti-Iran, l'aggressivo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, ma Trump ha promesso di sostituirlo nei prossimi giorni. Il dramma in Medio Oriente diventa adesso un banco di prova immediato per la solidità della Casa Bianca e per le sue strategia in evoluzione, che vede nel puzzle anche le imminenti elezioni israeliane con il premier uscente Benjamin Netanyahu che ha promesso se confermato di annettere parte della Cisgiordania per attirare i consensi degli estremisti interni, citando proprio il sostegno della Casa Bianca. La politica estera di Trump è da tempo nel mirino di crescenti critiche, accusata di imprevedibilità, confusione e carenza di personale qualificato e di obiettivi, e i dilemmi davanti a lui sono semmai adesso ancora più complessi.

La risposta

Traumi da greggio sono una prospettiva che, nell'immediato, potrebbe convincere ancor più la Federal Reserve, la quale riunisce i suoi vertici martedi' e mercoledì, a proseguire sulla strada di tagli dei tassi d'interesse quale polizza assicurativa contro fragilità della crescita. L'attenzione all'evoluzione dei rischi globali è stata citata dal chairman della Fed Pero Powell accanto all'esame di dati domestici quale bussola per le scelte della Banca centrale.

Più difficile è invece divinare le risposte politiche o militari di Washington. Non è chiaro in questo clima quali siano le opzioni davvero a disposizione o considerate della Casa Bianca: strette delle sanzioni economiche, finanziarie e politiche appaiono ormai esaurite dopo protratti giri di vite scattati all'indomani della decisione Usa di uscire dall'accordo multilaterale sul nucleare con Teheran. Rappresaglie militari aperte oltre che segrete, che venivano in passato invocate da Bolton adesso defenestrato, non sono escluse. Ma appaiono oggi pericolose come ieri. L'amministrazione può cercare di far leva sull'attacco per convincere gli alleati occidentali, da sempre scettici della linea dura e unilaterale americana, a stringere a loro volta l'assedio a Teheran. è una richiesta che è stata già avanzata pubblicamente da Pompeo, ma che a sua volta rimane da verificare se avrà seguito e potrà ottenere effetti concreti su un palcoscenico mediorientale dove suonano allarmi.

Riproduzione riservata ©
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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