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Trump nomina Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. Che cosa cambia in vista delle elezioni

Disattese le ultime volontà della giudice Ruth Bader Ginsburg che aveva chiesto di essere sostituita dopo il risultato delle elezioni presidenziali

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam

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Donald Trump con il giudice Amy Coney Barrett seguita dalla sua famiglia alla Casa Bianca (Afp)

Disattese le ultime volontà della giudice Ruth Bader Ginsburg che aveva chiesto di essere sostituita dopo il risultato delle elezioni presidenziali


5' di lettura

NEW YORK - E’ ufficiale. Il presidente americano Donald Trump dalla Casa Bianca ha annunciato la nomina della giudice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. Trump non ha perso tempo. Ha deciso la sostituzione del giudice Ruth Bader Ginsburg prima ancora della sua sepoltura: Ginsburg infatti verrà sepolta oggi, domenica 27 settembre, al Cimitero Nazionale di Arlington, in Virginia, accanto alle spoglie del marito Martin D. Ginsburg, morto nel 2010. Nello stesso cimitero dove è sepolto J.F.K. ed è situato il Monumento al Milite Ignoto.

Un gigante del diritto
Lo stesso Trump nell’annuncio della nomina di Coney Barrett ha elogiato la giudice Ruth Bader Ginsburg, icona liberal, definita dal tycoon «un gigante del diritto che ispirerà gli americani per le generazioni a venire». Dopo 27 anni di servizio all'Alta Corte, R.B.G. come era chiamata ormai dagli americani questa donna minuta di 87 anni, morta il 18 settembre dopo una lotta più che ventennale contro il tumore, ha ricevuto i massimi onori del paese. Le bandiere americane a mezza asta alla Casa Bianca. La salma esposta per tre giorni nella Statuary Hall del Campidoglio, la prima donna ad avere un tale onore. Davanti alla sua bara ricoperta dalla bandiera americana a stelle e strisce sono passati a renderle omaggio le più alte cariche dello stato, il presidente Donald Trump, il segretario alla Difesa Mark Esper e i capi di stato maggiore e gran parte delle donne parlamentari. Tutti per onorare «questa minuscola donna che era monumentale nell'impatto sulla società civile», come ha ricordato la presidente della Camera Nancy Pelosi, terza carica dello stato. John G. Robert, il presidente della Corte Suprema, un repubblicano moderato, ha detto nel suo ricordo che Ruth Ginsburg ha scritto ben 483 opinioni e dissensi nel suo incarico all'Alta Corte. Un'eredità «che guiderà la Corte per decenni».

Icona culturale americana
Pioniera delle rivendicazioni dei diritti delle donne e delle minoranze, il giudice Ginsburg, dall'alto dei suoi 1,52 metri di altezza e dei meno di 50 chili di peso degli ultimi tempi, ha esercitato un autorità morale negli Stati Uniti ed è diventata un'icona culturale, con il suo abbigliamento sobrio, il colletto di pizzo sulla camicetta nera, gli enormi occhiali tondi sulla sua figura minuta. Un dissenso sereno il suo che è diventato un simbolo dell'America dei diritti civili. Con la sua faccia finita sulle tazze da caffè, sulle t-shirt con lo slogan “You Can't Spell Truth Without Ruth”, una biografia per bambini “I dissent”, diventata un documentario di successo. Con le bambine che ad Halloween “si vestono da Ruth” e le donne che si fanno tatuare il suo viso sul corpo. Migliaia di persone, tanta gente comune, famiglie con bambini, in questi giorni sono passate davanti alla sede della Corte Suprema, per lasciare fiori, candele, scritti e fotografie in ricordo di R.B.G. Da tempo malata, già nel 2016 il presidente Barack Obama le chiese di farsi da parte per sostituirla con un giudice più giovane di fede progressista. Lei ha sempre rifiutato: «Questo incarico mi mantiene in vita», diceva.

Ultimo desiderio disatteso
Ruth Ginsburg prima di morire ha espresso il suo ultimo desiderio: «La mia ultima profonda volontà è di non venire sostituita fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca». Volontà disattesa. Come detto, prima ancora della sepoltura Trump ieri alle 5 della sera in una cerimonia ufficiale dal Giardino delle Rose della Casa Bianca ha indicato il nome di questa giudice donna per sostituire Ruth Ginsburg.Una nomina che renderà ancora di più polarizzata la Corte Suprema, come d'altronde la società americana attuale. Con il baricentro spostato verso posizioni ultra conservatrici: su 9 giudici, il conto con lei è di 6 giudici conservatori e 3 liberali.

Una giurista «dogmatica»
Amy Coney Barrett, 48 anni, è stata assistente del defunto giudice costituzionale Antonin Scalia, noto per la sua applicazione letterale della carta costituzionale che ha favorito la diffusione delle armi negli Stati Uniti. Si tratta del terzo giudice costituzionale nominato da Trump, dopo Neil Gorsuch nel 2017 e Brett Kavanaugh nel 2018, tre giudici cinquantenni che per decenni sono destinati a condizionare le scelte dell'Alta Corte in senso conservatore. Antiabortista convinta Barrett, ha paragonato diritto conquistato nel 1973 dalle donne americane alla pena di morte. Madre di sette figli, cattolica integralista legata al People of Praise, gruppo religioso nella galassia del Rinnovamento dello spirito, ai suoi studenti insegna che fine ultimo della sua carriera da giurista è «costruire il Regno di Dio», in barba a tutti i princìpi di laicità dello stato, a John Locke e a oltre tre secoli di teorie sulla separazione dei poteri tra Stato e Chiesa. La sua nomina di giudice alla settima Corte di Appello di Chicago nel 2017 suscitò non poche perplessità per il suo profilo di giurista “dogmatico”, come fu definita da alcune senatrici democratiche.

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La ratifica del Senato
La nomina di Barrett dovrà essere ratificata dal Senato a maggioranza repubblicana (53 a 47). Due senatrici repubblicane, Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell'Alaska, si sono dichiarate contrarie alla nomina prima del voto. Ma non hanno avuto seguito nel partito. Mitt Romney, di solito bastian contrario, ha detto che voterà a favore. La ratifica in Senato sembra scontata anche se i democratici faranno di tutto per ritardarla e farla slittare dopo il voto.

La nomina prima del voto
Trump ha accelerato i tempi per riuscire a raggiungere questo obiettivo prima dell'Election Day del 3 novembre. In tempo per avere una Corte Suprema schierata in caso di contestazione dei risultati elettorali. Eventualità non peregrina ricordando le sue parole di questa settimana secondo le quali l'attuale presidente americano non garantisce che ci sarà una transizione pacifica di potere in caso di sconfitta elettorale, in ragione di presunte frodi elettorali che si verificherebbero nell'anno del Covid, per l'elevato ricorso da parte degli elettori al voto postale – oltre 80 milioni di americani useranno questa modalità secondo le previsioni. Con un'ondata di ricorsi, locali e federali che lo staff di Trump è già pronto a presentare. E lo scenario preoccupante di una vittoria contesa, dove l'ultima parola spetterà proprio alla Corte Suprema. Un precedente c'è già: le elezioni del 2000 con il testa a testa tra Al Gore e George W. Bush per i voti contesi in Florida e l'Alta Corte che decise la vittoria per Bush.

Democratici sul piede di guerra
Il candidato democratico Joe Biden ha criticato la decisione di Trump definita «un esercizio di puro potere», ha ricordato che i repubblicani nel 2016 rifiutarono di prendere in considerazione l'idea di sostituzione del giudice Scalia morto nel febbraio 2016 sotto la presidenza Obama, citando l'anno elettorale. Biden ha chiesto che la conferma di Barrett avvenga dopo le presidenziali: «Se vincerò le elezioni la nomina del presidente Trump dovrebbe essere ritirata», ha detto in un recente comizio a Philadelphia. Biden ha promesso come primo atto della sua presidenza di nominare una giudice afroamericana per l'Alta Corte. La maggior parte degli americani la pensa come lui riguardo alla nomina lampo di Trump. Secondo un sondaggio Reuters Ipsos il 62% degli americani ritiene che il seggio della Ginsburg dovrà essere deciso dal vincitore delle presidenziali di novembre.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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