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Trump: non fonderò un nuovo partito. Ma forse mi ricandido alla Casa Bianca

Alla conferenza degli ultra-conservatori attacca Biden il “comunista”. Comincia la battaglia interna tra i repubblicani sul futuro elettorale

di Marco Valsania

Stati Uniti, il ritorno di Trump: minaccia vendetta tra i repubblicani

4' di lettura

Donald Trump è riapparso in pubblico. E ha rivendicato che la politica americana non potrà prescindere dalla sua ingombrante presenza. Ha escluso di voler formare un nuovo partito politico, per non dividere i repubblicani. Ma ha ribadito la sua presa sui conservatori – flirtando anche con una nuova candidatura presidenziale nel 2024. E ha accusato i democratici, oltre che non (falsamente) d'aver “rubato” le elezioni dell'anno scorso, di mettere adesso in pratica politiche deleterie da America Last invece che America First, America fanalino di coda invece di America prima e contro tutti.

Un palco ideale

Trump ha scelto per suo il messaggio di ritorno, a poco più di un mese dalla sua sua uscita dalla Casa Bianca, il palcoscenico per lui ideale: il Cpac, la Conservative Political Action Conference, riunione annuale del movimento conservatore, anzi ultra-conservatore di militanti, funzionari locali e parlamentari repubblicani oggi uniti dalla lealtà all'ex Presidente. Ideale per riaffermare il suo credo che lui non è solo il passato del partito ma il suo futuro. Che la sua influenza resta sostanzialmente intatta. Il tema del CPAC lo diceva fin dal titolo: “America: Uncanceled.” Slogan della sua politica della “grievince”, del risentimento populista e anzitutto bianco, che accusa cospirazioni politiche ed elettorali di voler cancellare la “vera” anima del Paese.

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“Non lascio i repubblicani”

“Sono qui davanti a voi per dichiarare che l'incredibile viaggio che abbiamo cominciato assieme quattro anno or sono è lontano dall'essere finito”, ha tuonato. “Siamo qui riuniti per parlare del futuro – il futuro del nostro movimento, del nostro partito, e del nostro amato Paese”. L'idea che vorrebbe formare un suo partito? “Fake news”. “Non lancio un nuovo partito perche' dividerebbe il nostro voto e non vinceremmo mai”. Esiste il partito repubblicano e “si unirà e sarà anche più forte di prima”. Ha attaccato la nuova amministrazione di Joe Biden, denunciando derive verso il “socialismo” e poi il “comunismo” e una “agenda distruttiva” su immigrazione, sicurezza dei confini, energia. “Sapevano tutti che Biden sarebbe stato pessimo, ma non avevamo immaginato quanto pessimo e quando verso l'estrema sinistra si sarebbe diretto”, ha incalzato. Lavorerà, ha promesso, per far eleggere “forti leader repubblicani”, già nel voto di Midterm del 2022 per il Congresso.

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Casa Bianca anno 2024

Parlando di una corsa alla Casa Bianca nel 2024, ha cominciato ripetendo che i democratici a suo dire “hanno in realtà perso” contro di lui anche l'anno scorso. Poi ha aggiunto: “Chi lo sa, potrei decidere di batterli per una terza volta, va bene?”. Va bene alla audience fedele del CPAC. Un sondaggio tra i presenti ha mostrato che il 68% vorrebbe che si ricandidasse. Un segnale tuttavia meno entusiasmante di quanto poteva sperare personalmente: il suo indice di gradimento tra quegli stessi partecipanti è del 97 per cento. In un campo con molteplici candidati, il 55% lo preferirebbe al secondo in classifica, il governatore della Florida Ron DeSantis con il 21 per cento. Senza Trump in lizza, gli ultra-conservatori premiano DeSantis con il 43% seguito dal governatore del South Dakota Kristi Noem con l'11% e dal figlio Don Jr. con l'8 per cento. Tutti e tre sono fedeli trumpiani senza essere Trump. I sondaggi sul selettivo campione di Orlando dicono poco su chi sarà davvero il futuro candidato repubblicano alla presidenza, ma rivelano gli umori della base più radicale che oggi sembra dominante e in grado di determinare spesso l’esito delle primarie del partito per esprimere candidato locali e nazionali.

La battaglia nel partito

Il ritorno dell'ex Presidente – come preferisce farsi chiamare il 45esimo Presidente, perché rifiuta il prefisso ex – apre ufficialmente la battaglia per l'identità del partito repubblicano alle prossime campagne elettorali. Trump alla fine potrebbe non voler correre più per la Casa Bianca, dicono suoi collaboratori, ma vuole comunque emergere come kingmaker, decisivo cioè per determinare chi sarà alla fine il candidato. Al momento ha trasformato la base repubblicana nazionale – compresa buona parte della leadership delle sezioni statali e locali del partito - in suoi seguaci. Numerose organizzazioni statali repubblicani hanno di recente censurato formalmente il manipolo di deputati e senatori che ha votato per l'impeachment e la condanna di Trump. Più leader, dal capogruppo alla Camera Mike McCarthy al senatore della South Carolina Lindsey Graham, si sono recati in pellegrinaggio a Mar-a-Lago, il resort di Trump in Florida, per assicurarsi le sue grazie. E' una realtà di radicalizzazione che complica la missione di quei leader conservatori, compreso il potente leader del partito al Senato Mitch McConnell, che vorrebbero invece rompere con Trump o quantomeno prendere le distanze e poi voltare gradualmente pagina.

I repubblicani di Trump

L'influenza dell'ex Presidente è misurata anche in cifre. Tra gli elettori repubblicani, anche fuori dalla Conferenza di Orlando, la sua popolarità rimane superiore all'80%, anche l'87% stando a Economist-YouGov. Il 64% crede che abbia vinto le passate elezioni dando credito alle sue teorie cospirative. Il 59% vuole che svolga un ruolo centrale nel partito anche in prospettiva e solo il 17% vuole che si faccia da parte. Solo il 27% lo ritiene anche solo in parte responsabile dell'assalto al Congresso del 6 gennaio. Un sondaggio della Suffolk University/USA Today ha trovato che metà degli elettori di Trump vorrebbero che il partito mostrasse sempre più lealtà nei suoi confronti, non meno. Questi elettori con un margine del 20% di distacco dicono di essere per Trump, non per il partito. Il 46% lo seguirebbe anche se creasse una nuova formazione politica.

Le carte in mano ai moderati

Le correnti più moderate e istituzionali del partito, oggi in minoranza, potrebbero contare su una coppia di elementi per riprendere un maggior controllo. Le pressioni dei grandi donatori, che potrebbero penalizzare candidati troppo estremi, vicini all'estrema destra o a QAnon, quali già oggi i senatori Josh Hawley del Missouri e Ted Cruz del Texas e le deputate Marjorie Taylor Greene della Georgia e Lauren Boebert del Colorado. E lo spettro di fughe dal partito: ad oggi forse oltre centomila iscritti hanno lasciato dopo gli eventi del 6 gennaio, 57.000 in sei stati cruciali, stando ad analisi di Bloomberg. Se inoltre candidati radicali e trumpiani possono vincere le primarie di partito e seggi in circoscrizioni della Camera modificate ad arte da autorità statali per favorirli (il gerrymandering), più difficile è tradurre simili successi in vittoria su scala nazionale, in conquiste di maggioranze alla Camera come al Senato e in una ripresa della Casa Bianca. Non a caso al CPAC non si sono neppure recati alcuni influenti esponenti del partito, a cominciare dall'ex vicepresidente Mike Pence.

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