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Documenti sottratti, ministro Garland: ho autorizzato io perquisizione a Trump

Nell’altra indagine per frode fiscale Trump non ha risposto alla procuratrice di New York per oltre 400 volte. Possibile che l’ex presidente sia citato in giudizio

Aggiornato l’11 agosto alle 22:33

Joe Biden "non era stato informato" del raid FBI a casa Trump

4' di lettura

Doppio fronte per l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: da un lato l’inchiesta per frode fiscale della procura di New York, dall’altro l’indagine dell’Fbi per i documenti riservati che Trump avrebbe sottratto al momento di lasciare la Casa Bianca e non restituito.

Dopo la perquisizione dell’altro giorno alla villa di Mar-a-Lago, in Florida, Trump ha lanciato pesanti accuse all’Fbi e all’amministrazione Biden, e i suoi sostenitori si sono scatenati in proteste.

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Dopo giorni di speculazioni e retroscena sul blitz dell’Fbi nella residenza di Donald Trump in Florida, un evento senza precedenti nella storia degli Stati Uniti che ha scatenato un terremoto politico, il ministro americano della Giustizia, Merrick Garland, ha deciso di prendere la parola e fare chiarezza. «Ho autorizzato personalmente la perquisizione», ha esordito l’Attorney General dal podio allestito al dipartimento della Giustizia, ammettendo che decidere di inviare un gruppo di agenti federali a casa di un ex presidente «non è stata una decisione presa con leggerezza».

Documenti non riconsegnati

Nelle ultime ore è emerso che l’Fbi stava indagando da mesi sui documenti pubblici spariti dalla Casa Bianca e non riconsegnati dal tycoon quando ha restituito gli ormai famosi 15 scatoloni di carte agli Archivi Nazionali.

Secondo il New York Times, in primavera Trump ha ricevuto una richiesta dal dipartimento di Giustizia di consegnare le carte. Non ricevendo alcuna risposta dal tycoon a giugno un gruppo di federali ha fatto una visita “amichevole” a Mar-a-Lago alla presenza di Trump e due dei suoi avvocati durante la quale gli agenti hanno anche ispezionato lo studio privato dell’ex presidente e la cassaforte che Trump ha poi denunciato sia stata violata durante il blitz. Quindi, secondo il Wall Street Journal, l’Fbi ha ricevuto una soffiata che l’ex presidente continuasse a nascondere documenti ufficiali classificate nella sua residenza. E da qui è partita la macchina che ha portato alla perquisizione di qualche giorno fa.

Garland, ovviamente, non ha confermato nessuna di questa circostanza nella sua breve dichiarazione tuttavia ha rivendicato che c’erano delle ragioni per autorizzare una’operazione del genere, una «probable cause» la definisce senza rivelare dettagli. Un’azione tenuta segreta sino all’ultimo anche all’interno del dipartimento di Giustizia e per questo poco gradita ad alcuni funzionari. Pare infatti che gli agenti arrivati nella villa di Trump non indossassero neppure la divisa con la scritta Fbi e si siano presentati la mattina, e non di notte come avviene di solito, per non destare scalpore.

Il ministro difende Fbi e giudici

L’Attorney General ha voluto sottolineare la professionalità degli agenti e dei funzionari del dipartimento di Giustizia respingendo come “ingiustificati” gli attacchi ricevuti in queste ore. «Agenti e funzionari del dipartimento di Giustizia sono stati attaccati ingiustamente. Sono patrioti che si sacrificano per il bene del Paese. Sono onorato di lavorare accanto a loro», ha sottolineato Garland che è stato bersaglio di minacce di morte assieme al direttore delle Fbi, Christopher Wray, e al giudice che ha autorizzato materialmente la perquisizione, Bruce Reinhart.

Anche il capo dell’Fbi ha condannato gli attacchi definendoli «preoccupanti». «La violenza contro le forze dell’ordine non è mai la risposta», ha detto Wray.

Trump, che dopo essersi rifiutato di rispondere per 450 volte alle domande della procuratrice di New York si è ritirato insieme ai sostenitori nel suo golf club in New Jersey, non ha direttamente replicato al procuratore generale. Ma pochi minuti dopo la dichiarazione di Garland sul suo social media Truth ha accusato l’ex presidente Barack Obama di aver portato a Chicago «33 milioni di pagine di documenti» e «i media produttori di Fake News» di rifiutarsi di parlarne.

L’inchiesta per frode

Sull’altro fronte, la scelta di Donald Trump di invocare il V emendamento e non rispondere, per oltre 400 volte, alle domande della procuratrice di New York, lascia Letitia James davanti ad un bivio.

Nelle prossime settimane dovrà decidere se citare in giudizio l’ex presidente e portarlo a processo o cercare un accordo, tenendo presente il fatto che essendo la sua un’indagine civile il tycoon rischia al massimo una pesante sanzioni finanziaria.

Trump, intanto, si gode l’armonia ritrovata con il partito repubblicano dopo il blitz dell’Fbi e i successi dei suoi candidati alle ultime primarie ritirandosi nel suo golf club in New Jersey, circondato dai sostenitori.

Nessuna risposta per 450 volte

Durante l’udienza a Manhattan l’ex presidente si è rifiutato di rispondere per 450 volte, secondo quanto hanno rivelato fonti informate ai media americani. L’avvocato del tycoon, Ron Fischetti, ha rivelato che l’unica domanda alla quale non si è potuto negare è stata quella sul suo nome.
Un diritto, quello di invocare in questa particolare indagine la facoltà di non rispondere, riconosciuto anche dalla procuratrice di New York, che ha confermato che Trump si è appellato al V emendamento «in modo corretto». E tuttavia, sottolineano dall’ufficio dell’Attorney General democratica, l’indagine sul gruppo del tycoon vanno avanti. «Seguiremo i fatti e la legge ovunque essi ci portino».

A questo punto se James deciderà di fare causa la decisione di tacere potrebbe rivelarsi un boomerang per Trump. Nelle cause civili negli Stati Uniti, infatti, i giurati sanno che possono tenere in considerazione l’invocazione del V emendamento e interpretarlo come il tentativo di nascondere qualcosa. Un elemento che invece non può essere calcolato nei processi penali. Se la procuratrice dovesse vincere nel processo civile, l’ex presidente potrebbe essere costretto a pagare una pesante sanzione e vedere le sue attività commerciali a New York fortemente ridimensionate.

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