USA

Trump: prima l’America, potere ai cittadini

di Mario Platero


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(AFP)

4' di lettura

In una giornata grigia, freddina, battuta da un’insistente pioggerellina, ma solenne come solenni sono sempre state le cerimonie di giuramento, Donald John Trump ha posto le mani su due bibbie che teneva per lui la moglie Melania e ripetendo le frasi del Chief Justice John Roberts, è diventato il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Lo abbiamo visto raggiante sul palco, subito dietro la banda dei marines, attendere mentre si ascoltavano le salve di cannone. Poi ha preso il microfono e ha parlato al suo “movimento” e all’America intera promettendo di trasferire «il potere da Washington a voi, al popolo». Lo ha fatto continuando ad usare una retorica più di natura elettorale che di governo con un messaggio di fondo chiarissimo: siamo arrivati a una svolta epocale, «da qui e da ora, l’America penserà soprattutto a se stessa» ha detto fra gli applausi di una folla stimata in circa 800.000 persone. Poca ispirazione, poco idealismo.

Al suo fianco, seduti ad ascoltarlo, nella tradizione americana “bipartisan” del trasferimento pacifico dei poteri, c’erano gli ex presidenti, Jimmy Carter con Rosalyn, Bill Clinton con Hillary sorridente ma rassegnata, George W. Bush con Laura e Barack Obama con Michelle. E c’erano, oltre ai suoi ministri, ai giudici della Corte Suprema e ai vertici delle Forze Armate 515 parlamentari americani. Una ventina di loro non sono venuti per protesta contro i toni duri usati dal presidente soprattutto parlando della tutela dei diritti e delle libertà civili.

Ci sono state manifestazioni inusuali di dissenso, di contestazioni iniziali forti anche al discorso di Trump, ci hanno dato la misura di quanto polarizzato resti il Paese. Ci sono state anche dimostrazioni violente, vetrine spaccate e scontri con la polizia che hanno portato a un centinaio di arresti. Oggi poi, con la marcia di un milione di donne, un numero superiore a quello che ha celebrato Trump, questa polarizzazione si farà ancora più rigida.

Forse per questo Trump nel suo discorso al Paese ha usato una retorica non dissimile da quella che gli ha consentito di vincere prima la battaglia fra i repubblicani e poi l’elezione contro Hillary Clinton, una retorica densa di promesse generiche e di minacce anche dure contro chi cercherà di ostacolare il suo cammino per riformare l’America. Non ha offerto molte parole di apertura o di abbraccio politico a deputati e senatori che lo ascoltavano sotto la spettacolare cupola del Campidoglio, anzi, ha offerto una requisitoria contro un sistema politico che «finora ha pensato soltanto a se stesso, e ha sprecato migliaia di miliardi di dollari all’estero ignorando i bisogni interni e ha accettato la chiusura di fabbriche e l’esportazione dei nostri posti di lavoro all’estero; a voi tutti in America e nel mondo dico che questo d’ora in avanti non succederà piu, da oggi da Washington il potere tornerà alle grandi e piccole e grandi comunità di tutto il territorio nazionale».

Non poteva mancare la religione. Trump, ringraziando la potente base cristiano-evangelica che molto ha contribuito al suo successo e che si identifica nel religiosissimo vice presidente Mike Pence, ha invocato più volte il nome di Dio e l’importanza della religione come guida morale per il futuro del Paese.

Che Trump fosse pronto a continuare la battaglia, lo si capiva dal ritratto che ha scelto per l’invito formale all’inaugurazione. Si è presentato con un volto arcigno e quasi minaccioso, cosa che non è mai successa in passato. Sul piano economico non ci si aspettava che Trump potesse invocare in modo così diretto ed esplicito il ’protezionismo’ come strategia economica per restituire vigore al Paese. Che lo abbia fatto nel suo discorso d’accettazione significa una svolta che molti economisti ritengono possa tradursi in una pericolosa recessione. «Il protezionismo ci aiuterà a riaprire fabbriche in America e restituirà alle persone i posti di lavoro in territorio americano» ha detto. E promettendo investimenti in infrastrutture ha detto: «Costruiremo ponti, strade, ferrovie e lo faremo comprando dall’America e con forza di lavoro americana». Poi ha aggiunto: «A partire da qui e da questo momento sdradicheremo le gang, il crimine organizzato, i trafficanti di droga che hanno prodotto una carneficina in molte delle nostre grandi città». Ha anche promesso con assoluta determinazione di «sradicare» il terrorismo islamico.

Poi è intervenuta la “sua” Casa Bianca con un primo comunicato. Queste le priorità nei cento giorni di governo. Energia: gli Usa vogliono indipendenza da Opec e nazioni ostili; meno tasse per tutti; un sistema missilistico di difesa da Corea del Nord e Iran; stop al Tpp, si dovrà rinegoziare il Nafta; guerra agli hacker; firma di tre documenti: indetta la giornata del patriottismo; ci saranno sfide, ma porteremo a casa risultati; si rafforzeranno vecchie alleanze, me ne faremo di nuove.

Ha colpito nel discorso di Trump un filo conduttore: mettere sempre l’interesse degli Stati Uniti davanti a quello di chiunque altro: «Che il mondo prenda nota, da oggi l’America metterà il suo interesse davanti a qualunque altra cosa».

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