il viaggio europeo del presidente usa

Trump, Putin e lo strano vertice che minaccia i valori occidentali

di Carlo Bastasin


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(AP)

4' di lettura

Tra due giorni, il presidente americano Donald Trump e quello russo, Vladimir Putin, si incontreranno a Helsinki per la prima volta bilateralmente in una congiunzione storica che può determinare le sorti dell’Occidente e spostare l’equilibrio tra democrazie liberali e potenze autocratiche. Questo vertice storico avrebbe potuto svolgersi a Roma. Una proposta in tal senso infatti era stata avanzata dall’Amministrazione americana direttamente al presidente russo, a testimonianza di una personale sintonia di Trump con il nuovo governo italiano. Il Cremlino aveva invece già espresso una preferenza per Vienna. Alla fine di un breve confronto, la soluzione di compromesso è caduta sulla capitale finlandese, simbolo di neutralità dai tempi della Guerra fredda e quindi in grado di garantire a Putin una posizione di perfetta parità simbolica nell’incontro con il presidente degli Stati Uniti.

A una seconda riflessione, la scelta di Roma o di Vienna era parsa troppo rivelatrice dell’interesse di Putin e di Trump a sostenere due governi occidentali ostili agli obiettivi di integrazione politica dell’Unione europea. Partiti e personalità presenti nei due governi, vengono considerati punti di congiunzione degli interessi strategici della destra americana e di quelli russi. La collaborazione anche finanziaria con il partito di “Russia Unita” e gli interessi filo-russi di alcuni esponenti austriaci nell’area dei Balcani, sono elementi di un disegno strategico che si estende oltre il Mediterraneo, fino al Medio Oriente. Un equilibrio influenzato anche dal fatto che i governi austriaco e italiano stanno trattando insieme al ministro degli Interni tedesco - le cui posizioni sono più vicine a Vienna e Roma che non a Berlino - sul controllo militare del Mediterraneo e sulla collaborazione con i Paesi della sponda meridionale.

Gli accenti sovranisti che si levano a Vienna e a Roma risuonano molto favorevolmente a Washington e a Mosca dove si preferirebbe di gran lunga esercitare pressioni su una moltitudine di piccoli Stati europei anziché negoziare con un continente integrato non solo finanziariamente, attraverso l’euro, ma anche politicamente.

Le difficoltà nel rapporto con gli altri alleati europei sono emerse nel corso del vertice Nato dei giorni scorsi. Ma gli analisti di Washington temono che l’incontro di Helsinki possa allargare ulteriormente la faglia atlantica. Gli stessi consiglieri di Trump avevano tentato di dissuaderlo da un incontro faccia-a-faccia con Putin, temendo che l’esperto leader russo potesse aggirare il presidente americano. Ma, come nel caso del negoziato nord-coreano, Trump vede i vertici bilaterali tra i leader globali come il palcoscenico più ambito per comunicare la sua leadership personalistica. Un obiettivo tanto più importante alla vigilia delle elezioni di medio-termine.

In teoria l’agenda di Washington sarebbe ricca di obiettivi da ottenere da Mosca, a cominciare dall’estensione del nuovo trattato sulla riduzione delle armi strategiche e dalla richiesta a Mosca di rispettare il trattato sulle forze nucleari intermedie e di contribuire alla de-nuclearizzazione della Corea del Nord. Altre poste negoziali più complesse avrebbero visto Usa ed Europa perfettamente allineate nel chiedere a Mosca di cessare le interferenze nelle elezioni dei Paesi democratici e di fermare il cyber-terrorismo russo che in questo momento per esempio sta colpendo i media tedeschi. Proprio contro queste nuove strategie aggressive avrebbe dovuto impegnarsi la Nato, anche a seguito delle verifiche sulla disinformazione e sulle infiltrazioni russe in Crimea e nell’Ucraina orientale. Ma le divisioni emerse dal vertice e la minaccia di ritiro agitata da Trump hanno indebolito la Nato in questa fondamentale campagna per la difesa della democrazia.

Più in generale, l’isolazionismo strategico di Trump ha spostato l’America dagli interessi europei a quelli degli alleati in Medio-Oriente, Israele, Arabia Saudita ed Emirati arabi, per i quali il vero obiettivo da ottenere da Mosca è la presa di distanza russa dall’Iran e il contenimento della presenza iraniana in Siria. Per ottenere questo obiettivo, Trump è disposto a concedere a Putin ancor più di quanto non abbia già dato, indebolendo la Nato, aprendo una guerra commerciale con il resto del mondo ed esprimendo la propria simpatia agli autocrati e il proprio disprezzo ai leader delle democrazie.

A Helsinki, di fronte a Putin, il bilancio di Trump potrebbe peggiorare ulteriormente. Nonostante le nette condanne contenute nel comunicato del vertice Nato, da lui sottoscritto, Trump rischia di legittimare l’invasione militare della Crimea e di indebolire dall’interno la difesa dell’Ucraina attraverso il ritiro delle forze americane in Europa. La posizione europea rischia di uscire ancor più indebolita. La destra americana ha montato una campagna contro l’adesione all’accordo nucleare con l’Iran, considerata una manifestazione dell’ostilità europea nei confronti di Israele, mentre i democratici ritengono che l’Europa pretenda troppe attenzioni, e offra troppo poco, in un mondo il cui baricentro si è spostato nel Pacifico. Trump, inoltre, ha in mano un’arma potente per volgere l’opinione pubblica contro l’Europa utilizzando l’argomento secondo cui sono gli europei a causare il disavanzo commerciale Usa e di come ciò sia conseguenza del mancato acquisto di armi americane.

Rispetto alle istituzioni europee e ai leader di Francia e Germania, Trump vede alleati più interessanti negli euro-critici così come in autocrati come il leader turco Erdogan, il cui governo non a caso è membro della Nato ma non dell’Unione europea, e la cui filosofia di potere è certamente poco sensibile ai valori delle democrazie liberali.

Il vertice di Helsinki rappresenta un’eccezionale manifestazione storica della crisi dell’Occidente. Quale ne sia l’esito non è mai stato tanto incerto. L’unica cosa certa è che per Putin, se non esistesse un presidente come Trump, avrebbe dovuto inventarlo. E forse non è un caso che a Washington in tanti pensino che, in qualche misura, abbia contribuito a farlo.

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