RUSSIAGATE

Trump rende pubblico il dossier che accusa l’Fbi di «caccia alle streghe»

di Gianluca Di Donfrancesco

Il presidente Usa Donald Trump

2' di lettura

In uno scontro senza precedenti che segna un nuovo capitolo del Russiagate, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha autorizzato la pubblicazione di un documento redatto dai parlamentari del Partito repubblicano, nel quale si accusa l’Fbi di gravi abusi per favorire i Democratici e screditare la Casa Bianca. «Quanto sta accadendo in questo Paese - ha detto Trump - è una vergogna». Già prima di desecretare il dossier, aveva twittato: «I vertici dell’Fbi e del dipartimento di Giustizia hanno politicizzato il sacro processo investigativo a favore dei Democratici e contro i Repubblicani, una cosa impensabile fino a poco tempo fa».

Il documento di quattro pagine è stato redatto sotto la regia del presidente della Commissione della Camera sui servizi segreti, Devin Nunes, non nuovo a scontri con l’Fbi, ed è stato approvato dalla maggioranza repubblicana, al termine di un aspro dibattito. Il dossier denuncia abusi nell’attività di sorveglianza svolta su un ex consulente della campagna elettorale di Trump, Carter Page, che in precedenza aveva svolto attività finanziarie a Mosca.

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Secondo il documento, nell’ottobre del 2016, l’Fbi avrebbe ottenuto il mandato a intercettare Page, ingannando l’autorità giudiziaria. In che modo? Basando la propria richiesta su un report della spia britannica Christopher Steele, che sarebbe stato finanziato da Hillary Clinton e che quindi conterrebbe accuse politicamente motivate e non verificate nei confronti del presidente. Senza questo rapporto, è la conclusione dei Repubblicani, l’autorità giudiziaria non avrebbe ordinato l’intercettazione di Page. L’Fbi sostiene, tuttavia, che le intercettazioni di Page sono solo una parte del materiale su cui si basa l’indagine sulle ingerenze russe nella campagna presidenziale del 2016 e sulle eventuali collusioni con il team di Trump.

I Democratici, per parte loro, accusano i Repubblicani di condurre una «vergognosa» operazione che getta discredito sulle istituzioni e sull’inchiesta condotta dal procuratore speciale Robert Mueller, che l’anno scorso Trump avrebbe voluto silurare, secondo alcune voci. I Democratici hanno anche redatto un contro-dossier, ma i Repubblicani ne hanno bloccato la divulgazione.

L’Fbi e il dipartimento di Giustizia, da cui l’agenzia investigativa federale dipende, avevano chiesto con forza di non togliere il segreto sul documento, che giudicano «incompleto e fuorviante». A questo punto è in forse la tenuta del direttore dell’Fbi, Christopher Wray, che pure era stato nominato da Trump dopo il licenziamento del suo predecessore, James Comey.

In bilico anche il vice procuratore generale, Rod Rosenstein, pure lui nominato da Trump e a sua volta contrario alla pubblicazione del dossier. Dopo l’autoricusazione del ministro della Giustizia, Jeff Sessions, Rosenstein è l’uomo che ha il compito di supervisionare le indagini di Mueller. Secondo il deputato democratico della California, Adam Schiff, membro della Commissione sui servizi segreti, uno degli obiettivi del dossier sarebbe far saltare Rosenstein, in modo da nominare al suo posto qualcuno che possa «ostacolare» Mueller, il procuratore speciale incaricato dell’indagine dopo la rimozione di Comey. Anche Sessions era contrario alla desecretazione del dossier e ha difeso il suo vice, Rosenstein.

Non appena Trump ha tolto il segreto sul dossier, Wall Street ha accelerato le perdite di giornata. I mercati temono che il Russiagate degeneri in una crisi istituzionale e addirittura nella messa in stato d’accusa del presidente.

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