VERTICE USA-INDIA

Trump riceve Modi a Washington: in agenda armi, Pakistan e commercio

di Gianluca Di Donfrancesco

Il primo minstro indiano Narendra Modi parla alla comunità indiana a Washington

3' di lettura

Quello tra Donald Trump e Narendra Modi in corso a Washington è un vertice tra due leader che hanno diversi punti in comune e altrettanti motivi di divergenza. I due si incontrano oggi per la prima volta, anche se durante la presidenza Obama il premier indiano ha visitato la capitale statunitense più volte, sulla base di una relazione, quella con l’ex presidente democratico, basata su una sincera simpatia reciproca. Forse anche per questo Trump ha deciso di invitare Modi a cena alla Casa Bianca, onore finora mai concesso a nessun leader estero.

Con più 30 milioni di followers su Twitter ciascuno, Trump e Modi sono rispettivamente il primo e il secondo leader mondiale più seguiti sul social media. Condividono la spiccata tendenza a dire quello che pensano e a farsi forti agli occhi delle rispettive opinioni pubbliche nazionali con proclami populistici. Sono entrambi affezionati agli slogan che hanno creato per “vendere” i rispettivi programmi politici, che si somigliano, a loro volta. L’«America First» di Trump fa da eco al «Make in India» lanciato da Modi con un obiettivo per larga parte coincidente: rilanciare e potenziare l’industria nazionale, sostituendo con produzione locale le importazioni di due Paesi cronicamente in deficit commerciale. Obiettivo che può avere molto senso per l’India, settima potenza economica mondiale senza mai aver attraversato una vera fase di industrializzazione (il manifatturiero genera il 17% del Pil), meno per un Paese avanzato come gli Stati Uniti.

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Proprio le venature protezionistiche dei programmi dei due leader alimentano però i motivi di divergenza. A cominciare dalla bilancia commerciale. Gli Stati Uniti sono uno dei pochi Paesi verso i quali l’India (che ha un deficit complessivo di 105 miliardi) vanta un surplus, e non insignificante: 25 miliardi di dollari (poco meno dei 28 miliardi dell’Italia). Se Washington accusa il progetto Make in India di essere protezionistico, New Delhi punta il dito sulle rigide regole statunitensi sull’import di farmaci generici e di frutta.

Parallelo al tema del commercio corre quello dei visti per i lavoratori indiani. Trump vuole stringere le maglie di un sistema che ha permesso a migliaia di ingegneri di Bangalore e Mumbai di trovare lavoro nella Silicon Valley. Per New Delhi sarebbe un boccone amarissimo e la questione ha assunto grande rilievo sui media indiani.

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Anche il clima divide i due Paesi. Trump è uscito dagli accordi Parigi mentre Modi ne è uno sponsor convinto. L’India è il terzo produttore di gas serra, ma sta scommettendo con forza sulle rinnovabili: è da poco diventata il quarto produttore mondiale di energia eolica, punta a 100 gigawatts di capacità solare installata entro il 2022 e si prepara a chiudere 14 gigawatts di impianti a carbone.

Altro tema delicato sarà il Pakistan, atavico nemico dell’India al quale però Washington non sembra poter rinunciare, nonostante le relazioni con Islamabad siano difficili. Appena essere stato eletto, Trump telefonò al primo ministro pakistano, Nawaz Sharif: una telefonata «fantastica», con il «fantastico» premier di un Paese «fantastico», secondo il variegato lessico del presidente Usa. A New Delhi, dove durante la campagna elettorale erano sorti spontanei comitati di sostegno per Trump, la telefonata è apparsa tutto fuorché fantastica e ha destato preoccupazioni poi confermate dal repentino disimpegno degli Stati Uniti dall’area del Pacifico, che invece Obama aveva messo al centro della propria politica estera. Il nuovo corso di Washington, peraltro, apre autostrade alla Cina in una area in cui New Delhi ambisce a un ruolo di potenza regionale.

Prima di Modi, Trump ha già incontrato decine di leader mondiali, compreso il premier del Montenegro. Da parte sua, Modi ha coltivato “amicizie” alternative: Russia, Germania, Francia.

Sulla cooperazione per la Difesa non dovrebbero esserci troppi problemi: Trump è un entusiasta venditore degli armamenti statunitensi e l’India è il primo importatore di armi al mondo. Modi vuole chiudere sulla fornitura di droni Predator della General Atomics (un accordo da 2 miliardi di dollari) e spera nella collaborazione degli Usa per costruire una portaerei nucleare. Vuole anche che alle commesse sia associato il trasferimento di tecnologia militare e questo potrebbe essere più problematico.

A Washington Modi incontra anche il vicepresidente Mike Pence, il segretario alla Difesa James Mattis, il segretario di Stato Rex Tillerson, quello al Commercio Wilbur Ross e il segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.

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