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Trump risponde a Draghi e continua l’assedio alla Fed

di Riccardo Barlaam


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(Reuters)

2' di lettura

Mario Draghi può togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Non ha niente da perdere. È a fine mandato di una presidenza della Bce che ha avuto il merito, riconosciuto in coro, di riuscire a portare l'area euro fuori dalle paludi della crisi del debito sovrano, onda lunga della crisi subprime, con i suoi programmi di Quantitative easing. È in certo senso il più autorevole e ascoltato tra i governatori delle banche centrali. L'”anziano” del gruppo. Così il suo allarme lanciato sabato scorso a margine dei lavori degli Spring Meetings del Fmi e del G 20 a Washington sull'autonomia della Federal Reserve ha colpito nel segno.

Domenica il presidente Donald Trump in maniera indiretta, senza citare ovviamente il governatore della Banca centrale europea, gli ha risposto e ha diffuso un tweet sul tema. L'assedio di Trump alla Fed e alla poltrona del governatore - scelto da lui - Jerome Powell continua.

«Se la Fed avesse fatto bene il suo lavoro, come non ha fatto, la Borsa sarebbe salita da 5.000 a 10.000 punti in più, il Pil sarebbe ben oltre il 4% invece del 3%. Con quasi zero inflazione», ha twittato il presidente americano, secondo il quale la politica monetaria della banca centrale Usa ha “ammazzato” l'economia. Mentre si sarebbe dovuto fare esattamente l'opposto” della stretta monetaria, e cioè tenere bassi i tassi.

Durante la conferenza stampa conclusiva dei lavori del G 20 dei ministri finanziari e dei governatori a Washington, Draghi ha lanciato un allarme sulla perdita di indipendenza delle banche centrali, minacciate dai leader populisti e dai regimi autoritari in tutto il mondo. «Certo che sono preoccupato - ha detto Draghi - soprattutto quando si tratta del Paese più importante del mondo».

La perdita di indipendenza può generare una perdita di credibilità. E nella Fed assediata da Trump con le continue richieste di non aumentare i tassi, le accuse al governatore Powell e nelle ultime settimane l'ipotesi di nominare nel board dei governatori della Herman Cain e Stephen Moore, due candidati fedelissimi del presidente Trump ma di non elevata competenza sulle politiche monetarie, si rischia, come ha detto Draghi, che «le persone possano pensare che le decisioni di politica monetaria seguano le indicazioni dei governi piuttosto che la valutazione oggettiva delle prospettive economiche».
Il contrario, insomma, di quello che fa Trump ogni volta che con un tweet ordina alla Fed che cosa deve fare.

Sia Moore, un commentatore televisivo di economia apertamente schierato, che Cain - un ex manager di fast food già attivista dei tea party e candidato alle primarie repubblicane con una serie di scandali sessuali alle spalle - non sono il massimo come candidati per una poltrona permanente nel board della Fed. Trump li ha scelti e la loro nomina ora dovrà essere confermata dal Senato a maggioranza repubblicana. Nel board della Fed siedono sette governatori permanenti e cinque a rotazione dalle sedi regionali. Con i nuovi arrivi e gli altri innesti possibili, Powell rischia di finire davvero in minoranza. Il governatore lo sa e chiede aiuto. La sua posizione è davvero delicata. Ma Trump non molla e il suo assedio alla banca centrale americana continua.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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