Opinioni

Trump, i social e il rapporto tra libertà e potere

di Giovanna De Minico

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(EPA)


4' di lettura

Il 13 febbraio i riflettori sull’impeachment di Trump si sono spenti: i 67 voti necessari per condannarlo non sono stati raggiunti. La storia giudicherà se il suo comportamento abbia istigato a rovesciare l’ordine democratico, che la Costituzione gli affidava di difendere, o se si limitava a esercitare il più fondamentale dei diritti: la manifestazione del suo pensiero.
E lasciando alla storia questo giudizio, rivolgiamo invece la nostra attenzione a una diversa questione di diritto, connessa alla prima: le compagnie di Silicon Valley si sono rifiutate di restituirgli lo scettro di un potere presuntivamente abusivo, sospendendogli i suoi account social in modo da impedirgli ulteriori diffusioni di idee violente.
Il 26 Gennaio la Presidente Ursula von der Leyen a Davos ha invitato Biden a unirsi all’Europa nel disegnare a quattro mani una cornice di regole imperative per i custodi delle agorà virtuali: i nuovi angoli di Hyde Park, dove allo scranno su cui salire si è sostituito l’account per entrare in FB.
Qui si confrontano due ideologie opposte: da un lato quella liberista americana, fedele al mito meno regole più mercato; dall’altro lato quella Europea, che in sussulto di tensione umanocentrica sta provando a lasciarsi dietro il liberismo anarchico di Internet per una rete codisciplinata dal soggetto pubblico e in seconda battuta da quello privato.
Tra le due opzioni quella europea è umanamente empatica perché dire che al mercato si è sostituito l’uomo fa ben sperare per la difesa delle nostre libertà fondamentali e per il contenimento del potere pubblico. Qui la posta in gioco è proprio il rapporto libertà/potere. Anche se non si tratta delle libertà esercitabili nell’antica realtà materiale, ma di quelle attivabili in rete; e quanto al potere, non è la potestas tradizionale di uno Stato o di una comunità di Stati, ma quello autoacquisito da soggetti privati economicamente robusti, spavaldi in virtù della loro fortuna economica e consapevoli dell’immunità dal diritto.
Allora le regole che il cittadino si attenderebbe dall’Europa dovrebbero essere di due tipi: limiti alle libertà e responsabilità per chi detiene il potere.
Nei recenti atti europei, il Digital service act e il Digital market act, non si troveranno questo tipo di prescrizioni, non per il difetto di linearità del discorso normativo o per il bizantinismo delle procedure, difetti ricorrenti, ma più semplicemente perché non sono state scritte.
Quanto ai diritti, pensiamo alla libera manifestazione del pensiero, il DSA è vero che vieta manifestazioni ingannevoli, false, eccitanti odio o la violenza, quindi pone uno steccato oltre il quale la libertà di dire non si può spingere. Ma approssimandoci al confine dell’illicieità, ci imbattiamo nella non descrizione della condotta vietata. Qui l’atto fa un salto nel buio, gira il compito ai codici di autoregolamentazione delle Piattaforme, le quali a loro volta preferiranno definire di volta in volta rispetto al singolo caso sottoposto al loro esame se quel contenuto era ancora entro il perimetro del dire lecito o ne stava fuori. Questa girata a cascata fa male alla certezza del diritto, alla prevedibilità del fatto di reato, all’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. In una parola è una ferita allo Stato di diritto, che ha abdicato alla sua funzione di comporre ex se la giuridicità delle nostre condotte a favore dei Padroni della rete. Ma fa male anche a questi ultimi, investiti ex lege dell’improprio ruolo di legislatore del caso concreto con effetti che superano i limiti civilistici del contratto. E se ciò non bastasse, queste Autorità private saranno anche coloro che, una volta scritti i codici, li applicheranno con procedure sì trasparenti, motivate e algoritmicamente scrutinabili, ma pur sempre basate su regole sostanziali che non sono state dettate in anticipo da un decisore democraticamente eletto e orientato al bene comune, ma da imperi economici governati dall'individualistica logica del profitto. Infine, in un delirio di onnipotenza questi soggetti prevedono, in base alla debole cornice europea troppa leggera per contenere il loro abusi, che chi avesse doglianze si potrà rivolgere a una sorta di Cassazione domestica: un'autodichia priva delle garanzia dell'imparzialità necessaria al giudice, ma anche di una solida ragione costituzionale giustificativa della rottura del monopolio del giudice.
Siamo spettatori di un revival che mescola un po’ di assolutismo da Re Sole se guardiamo alla sommatoria di poteri che si affastellano nelle mani di questi privati e un pò di feudalesimo da tardo Medioevo per la frantumazione del potere autoritativo in più poli privati che si autoregolano e si autogiudicano.
Quanto al rapporto potere pubblico/responsabilità: l’Europa ha fatto meno di quello che avrebbe dovuto fare rispetto a questi custodi iperattivi dello spazio pubblico. Qui di privato c'è solo la natura di questi soggetti, ma il loro compito è squisitamente pubblico e dei più delicati: fanno entrare o uscire chi genera idee, chi alimenta la pubblica opinione, chi influisce sul convincimento elettorale, chi crea bolle di comunicazione isolate, in cui ognuno pensa che la realtà sia conforme a ciò che pretende che sia.
Ebbene, questi disegnatori del flusso informativo in uscita e in entrata sono immuni anche da regole sul loro modo di essere: niente è detto su una necessaria democraticità interna, sulla almeno opportuna divisione strutturale tra chi gestisce l'infrastruttura e chi presta il servizio, sui conflitti di interessi e sulla condivisione dei dati. Manca ogni regola sul profilo statico il che significa che questi giganti potranno continuare a detenere illecitamente i nostri dati e non essere obbligati a dividerli con i terzi, che non potranno mai mettere piede su piazze protette da barriere all'ingresso e dove informazioni e servizi digitali sono così intrecciati e indispensabili per il cittadino, che questi non ha più la dignità di ribellarsi, anche perché altrove non troverebbe di meglio.
Forse l'Europa deve riflettere con più saggezza prima di annunciare progetti ambiziosi: regole per assicurare la democraticità di Internet o regole per far apparire democratico ciò che non lo è?

Professore di Diritto Costituzionale, Università Federico II, Napoli

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