ai microfoni della abc

Trump: la tortura? Funziona

di Angela Manganaro


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Il presidente Donald Trump col suo vice Mike Pence

3' di lettura

Ci sono giorni in cui prevale l’uomo d’affari, altri in cui vince la star tv. La seconda natura del presidente Trump ha preso ieri il sopravvento quando davanti ai microfoni e alle telecamere di Abc il nuovo commander in chief ha detto che il waterboarding, la tortura con cui si mette un uomo a testa in giù in una vasca piena d’acqua, «funziona». «Assolutamente, penso che funzioni», dice Trump a chi lo intervista sulla famigerata tecnica di interrogatorio e sulle sue idee «gli Stati Uniti dovrebbero combattere il fuoco col fuoco».

La sensazione è che i primi giorni dopo l’insediamento, Donald voglia un po’ stringere legami e tanto impressionare con un’affermazione su una tecnica tanto contestata durante l’amministrazione Bush figlio e abolita dal presidente Obama nel 2009.

Subito dopo però si corregge, conferma che queste uscite servono più all’outsider per affermare e affermarsi nel ruolo. Infatti poi precisa che lascerà l’ultima parola al nuovo capo della Cia, Mike Pompeo ed al segretario alla difesa James Mattis: «Se non vogliono farlo, va bene, lavorerò in questa direzione. Voglio che tutto sia nei limiti di quello che si può fare, di ciò che è legale. Ma se penso che funzioni? Certo che funziona».

Il generale Mattis ora capo del Pentagono aveva già detto di essere contrario all’«annegamento simulato». Trump somma invece varie cose: si vuole affrancare come il presidente law and order, inizia a recepire che deve mostrare almeno formale rispetto per gli altri ruoli, nel frattempo però continua a rivelare colloqui riservati con alti funzionari della Cia «ho chiesto loro se funziona, mi hanno risposto “certo che funziona”».

Il segretario generale Nato Jens Stoltenberg evita di rispondere direttamente quando gli si chiede un commento, «le operazioni Nato sono condotte sempre secondo il diritto internazionale» dice soltanto, «da molti anni la policy della Nato è questa e questa rimarrà».

Si può anche discutere quanto sia flebile l’appello a un diritto internazionale che sovente non tutti gli Stati riconoscono e applicano ma è più rassicurante ricordare che il nuovo capo del Pentagono Mattis è un ex comandante Nato e sostenitore dell’allenza, lontano dalle accuse trumpiane di una Nato «obsoleta».

Carceri segrete all’estero
Intanto il titolo in patria è fatto, «la tortura funziona» si legge sul sito di Cnn e non sembra la forzatura di una rete «nemica» perché il Washington Post diffonde una bozza di decreto che autorizza la Cia a riaprire le carceri segrete all’estero, i black site, e a rivedere i metodi degli interrogatori, Enhanced Interrogation Techniques nel gergo Cia, programma chiuso da Obama perché - denunciarono diversi membri del Congresso e attivisti - assimilabile alla tortura. Programma che molti funzionari della sicurezza nazionale non vorrebbero riportare in vita, secondo un rapporto diffuso il mese scorso; il senatore McCain ha già detto che questo non avverà «Trump può firmare tutti gli ordini che vuole». Programma che per ora rinnegato dallo stesso capo ufficio stampa della Casa Bianca: la bozza del Washington Post «non proviene da noi» assicura Sean Spicer.

Waterboarding ed Enhanced Interrogation Techniques richiamano alla mente gli anni di Bush, della guerra in Iraq e di Abu Ghraib prigione segreta in cui i militari americani commisero abusi su prigionieri iracheni. Le foto diffuse impressionarono e incisero sul dibattito attorno a quello che i servizi e militari possono o non possono fare, fino a che punto si possono spingere.

In quella guerra 2003 la Gran Bretagna è stata fedele alleata, ma ha pagato e paga quell’appoggio con una lunghissima scia di accuse e polemiche, un recente rapporto ha accusato l’allora premier Tony Blair perché Saddam Hussein non aveva armi di distruzione di massa, ragione che giustificò l’intervento britannico accanto agli Stati Uniti. Non stupisce dunque che i politici a Londra reagiscano subito al Trump pensiero sulla tortura. Nel giorno in cui la premier Theresa May incontra il nuovo presidente, il ministro per la Brexit David Davis rassicura i deputati che chiedevano un «forte messaggio morale» da inviare a Washington: «la Gran Bretagna non giustifica la tortura in nessuna circostanza», ha detto il ministro alla Camera dei Comuni.


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